Note pre-congressuali
(di Fausto Anderlini)
Premessa: ho scritto queste note subito dopo le elezioni di Giugno. Dovevano servire, valgliate da altri, per un ipotetico documento di discussione da inoltrare in una riunione di "Fare un forum per uscire dal cul de sac". Una copia l'ha avuta Virginio Merola, che poi ne fa anche fatto un uso appropriato in alcuni suoi interventi.
Falsi problemi
Il dibattito congressuale deve innanzitutto stabilire una chiara gerarchia di problemi.
Fondamentale, per perseguire lo scopo, è liberarsi dalle scorie di un dibattito sterile e recriminatorio, sovente preda di dietrologie personalistiche.
E’ bene chiarire subito che il governo Prodi non è caduto per l’improvvida nascita del Pd e men che meno per una cospirazione di gruppi dirigenti. L’accelerazione nella costituzione del Pd era necessitata dalla crisi profonda (e irrimediabile) nella quale era rapidamente sprofondato il governo dell’Unione. Semmai essa ha salvaguardato i partiti costituenti, come dimostrato dal 33 % guadagnato nelle elezioni del 2008, da una diaspora che avrebbe potuto essere devastante.
Allo stesso tempo sarebbe fuorviante addebitare l’autodafè di Veltroni alla sola pressione di oligarchie invidiose (del 33 % e della straordinaria prova mobilitante del Circo Massimo). Ci sono varie ragioni. Alcune fisiologiche: la naturale decompressione dopo una campagna vissuta all’insegna di una grande spinta rigenerativa e costituente, con la conseguenza di un vittorioso redde rationem nel centro-sinistra, ma anche di una sconfitta di schieramento che ha subito messo in risalto l’isolamento del Pd. Il Pd è rimasto pericolosamente incerto circa il profilo oppositivo da assumere, scontando la persistenza di un centro moderato (l’Udc, verso cui sono confluiti voti dell’Ulivo, a compensazione dei flussi in ingresso dalla sinistra radicale) e la compresenza di un alleato infido e sfidante come l’Idv. Altre ragioni sono da ricercare nella tumultuosa convergenza di alcune situazioni critiche: dalla questione morale apertasi in seguito a diverse, e confuse, azioni inquirenti in varie zone del paese, alle crisi rovinose dell’Abruzzo e della Sardegna. Ci sono tuttavia altre ragioni ben più profonde: in primis l’irrisolta configurazione organizzativa del partito e l’indefinitezza del profilo identitario. Non è un caso che a fare da detonatore di questo groviglio di situazioni sia stata la vicenda Englaro. Essa ha messo a nudo un’afasia che aveva la sua causa in una mancata sintesi culturale a proposito del rapporto fra la laicità della politica e lo statuto pubblico delle credenze religiose. Dunque, fra l’altro, un problema di identità.
In effetti, rebus sic stantibus, cioè la persistente condizione di friabilità dei presupposti identitari ed organizzativi del partito, le periodiche crisi di gruppo dirigente sono destinate ad essere una costante della vita politica nello schieramento riformista. Con una nevrotica e occasionale alternanza, nel reggimento politico, di momenti pluralistico-consensuali e forzature di segno monocratico. Le ragioni per le quali i diversi leaders sono stati triturati con grande rapidità non ha a che vedere (almeno non solo) con l’antropologia endemicamente personalistica della sinistra, bensì con la labilità dei fondamenti costitutivi dei soggetti che hanno attraversato questo ventennio per poi convenire nel Pd.
Il problema del Pd è perciò la compiuta definizione del suo profilo identitario: quali sono i valori fondamentali che lo innervano, di quale progetto di riforma è portatore, quali soggetti sociali vuole rappresentare (e quali contrastare), da quale storia proviene, attraverso quali forme organizza la partecipazione politica.
Questi aspetti dirimenti non possono essere surrogati, come è stato fino ad oggi, da scorciatoie organizzative o politologiche.
Ad un certo punto, in mancanza di ogni altro riferimento o nella labilità più assoluta degli orientamenti, è sembrato che l’identità del partito si potesse riassumere nel ruolo taumaturgico affidato a una procedura di selezione della leadership (le primarie). Un partito che affermava la sua democraticità applicandola a sé stesso, in via autistica, con una enfatica e paradossale sottolineatura della ‘contendibilità’ della leadership. Naturalmente le primarie in sé sono un importante momento di democrazia ‘elettorale’, ma i risultati possono essere anche gravemente controproducenti se difettano le strutture di ‘lealtà’, il cui spessore rinvia, come ovvio, a problematiche identitarie sostanziali, per nulla procedurali.
Per contro anche il dibattito che vede opporsi una vision coalizionale del Pd ad una mission maggioritaria dello stesso, rischia di assumere una impropria valenza ideologico-identitaria. Ancora un surrogato politologico, a fare le veci di un assente legame identitario. Se con orientamento ‘maggioritario’ si intende la rivendicazione di una pretesa egemonica, è evidente che tale vocazione è una condizione imprescindibile per un partito che non voglia ridursi a un meschino traccheggiamento. L’idea di rimettere in piedi a forza una riedizione dell’Unione, tanto più dopo il clamoroso fallimento del governo Prodi, è paradossale. Cosiccome quella di resuscitare l’Ulivo. Il Pd è il compimento dell’Ulivo e non si vede quale ratio sostenga una visione karmica (o chimico-alchemica: liquido-gassosa) nella quale il Pd dovrebbe periodicamente ri-disciogliersi nel suo ‘brodo primordiale’, per poi ricostituirsi, e nuovamente sciogliersi…. Nello stesso tempo è evidente che la vocazione maggioritaria deve comunque fare i conti con la realtà, nella quale la coalizione, ovvero una politica delle alleanze, può essere non solo necessaria, ma anche desiderabile. Non può cioè degradare a una forma autistica e, al limite, delirante. Nel fare coalizione sarebbe già molto, se non tutto, riuscire a posizionare il Pd come un pivot indiscutibile, cioè maggioritario. Nel 2006, infatti, tale pivot mancava: sinistra radicale, Ds, Dl e centristi erano raggruppamenti di peso simile. Di qui una intrinseca instabilità politica. A maggior ragione in presenza di un premier coalizionale, senza un partito alle spalle, necessariamente debole. E’ vero che per due volte è riuscito il ‘colpo’ (nel ’96 e nel 2006), ma non ci sarà una terza volta.
Analoghi argomenti possono essere avanzati a proposito dell’orientamento in materia di legge elettorale. A prescindere dal fatto che tale materia, allo stato attuale delle cose (circostanza verificata anche dal freschissimo fallimento referendario) è diventata indisponibile per altri che non sia la maggioranza parlamentare vigente, l’identità del partito non può certo definirsi per rapporto ai pregi/difetti di un modello elettorale: se proporzionalistico, maggioritario o comunque bipolare. Così si rischia di transitare dal procedure alle formule. Il pregiudizio politolologistico, cioè la pretesa di far discendere la configurazione dei soggetti politici in via diretta dal sistema istituzionale/elettorale, è stato una maledizione che ci ha accompagnato per quasi un ventennio. Quale che sia il sistema elettorale il Pd deve essere sé stesso. Bisogna distinguere fra un bipolarismo formale (o coattivo) e un bipolarismo sostanziale. E’ a quest’ultimo che bisogna tendere, quale che siano le cornici legislative.
Fare un discorso chiaro sull’uguaglianza
Ci sono tre nozioni dell’uguaglianza: della dignità, del reddito, delle chances. Bisogna riconoscere che il programma fondamentale del Pd, con il suo squilibrio sulla nozione radico-liberale, è una fonte di confusione. Senza una limitazione delle sperequazioni, cioè senza redistribuzione, le pari opportunità sono solo retorica. Un partito a servizio di chi ha il dono del talento ? Un partito ‘meritocratico’ ? Talento e merito si remunerano in sé. Decisivo è stabilire se si remunerano anche ‘per sé’, incrementando la differenziazione. Ovvero se sono posti a servizio del legame e della responsabilità sociale. Oggi in realtà rischiamo di essere prigionieri di una visione scolastica della meritocrazia e dell’individualismo, mentre il capitalismo mediatico ha elaborato una pratica stocastica della ‘fortuna’ capace di sedurre (come il lotto e San Gennaro) una plebe instupidita. Thomas Geiger parlava di ‘Individuo-massa’. Si tratta di passare all’individuo sociale, che realizza socialmente la sua individualità. Neppure il merito al servizio del bisogno secondo la sbrigativa formula del modernismo catto-socialista degli ’80, una visione, cioè caritatevole e oblativa del merito, bensì la promozione sociale delle possibilità di crescita individuale insite in ogni individuo. Il Pd non può finire identificato come un canale di promozione dell’élite, bypassando il cordone
storico con le lotte secolari per l’emancipazione.
Se è vero che siamo entrati in una fase di crisi di taluni dei fondamenti del capitalismo globalizzato (il limite ambientale, il consumo a debito, una inaudita sperequazione della ricchezza, la predazione finanziaria, l’esautoramento della democrazia); se è vero che va determinata una riconversione dalla crescita allo sviluppo, cioè un riorientamento dei fini e delle modalità del processo di accumulazione; se è vero che questa transizione sarà convulsa, drammatica, per nulla instradata lungo l’irenico percorso dello stato stazionario e della decrescita, bensì lastricata di catastrofi naturali (ed umanitarie), fondamentalismi, tentativi autoritari, conflitti identitari caricati di inaudito rancore; se è vero, per quanto ci riguarda da vicino, che il regime post-democratico sarà di lungo periodo, almeno se sarà lasciato libero di agire incontrastato –
allora diventa fondamentale affermare la propria identità: chi siamo e da dove veniamo, dove vogliamo andare, verso quale modello di società, con quali soggetti di riferimento.
Occorre perciò tornare sul ‘programma fondamentale’, arricchendolo di contenuti più densi democratici, socialisti e comunitari. Portare alla luce le radici mnemoniche profonde delle culture riformiste, il timos di lunga durata del processo umano di emancipazione. Di quale pretesa di risarcimento il Pd vuole essere il testimone ? Quale ‘rabbia’ intende raccogliere nel proprio motore per sostenerne la spinta orientata al futuro ?
Assumere in ‘interiore homine’ questa necessità significa affrontare da un punto di vista sostanziale il problema della rappresentanza e del gruppo dirigente. Oggi la classe politica è fatta segno di un discredito generalizzato, e naturalmente la più colpita è la sinistra, proprio perché per essa il tema della rappresentanza, con in suoi correlati etici, ha una rilevanza che è sconosciuta alla destra. Bisogna dire la verità. Oggi siamo in una fase nella quale la classe politica (e gli aspiranti a farne parte, tanto più quando vorrebbero essere spressione di una società civile incontaminata) più che ‘rappresentare’ tende a ‘ripresentare’, meglio a ‘ripresentarsi’. Ma rappresentare vuol dire innanzitutto ‘mettersi nei panni’ dei rappresentati, incarnarne la condizione esistenziale, sia materiale che espressiva. Ed anche ‘raccontare storie’, nelle quali le persone possano riconoscersi, perché le riguardano. Non ogni storia, ovvero ‘storielle’, bensì quelle inscritte nell’ansia umana per la libertà, l’emancipazione, la realizzazione, l’eguaglianza. Esattamente come sanno fare i grandi attori, i quali sanno immedesimarsi, materialmente e psicologicamente, nei soggetti. Non è una questione di reddito (anche se ha una sua parte), ma una questione di ‘stile’. Come fa un partito identitario, cioè di valori e ideali, non di meri interessi cetuali, a non avere un suo stile ?
Il Pd ha un problema di classe dirigente ben più sostanziale di quello esibito dalle pantomime e dalle baruffe che vorrebbero opporre oligarchie (e gerontocrazie) a rivoluzioni generazionali di improbabili giovani turchi. Occorre definire con precisione lo stile (il gentleman democratico, l’unica aristocrazia legittimata). Quindi legare la promozione di una nuova classe politica a un investimento di lunga durata, avente innanzitutto nel partito il suo centro di gravitazione. Quadri giovani, certo !, ma che spendano almeno dieci anni della loro vita nel processo di costruzione/radicamento del partito. Non di raiders che profittano delle primarie come fossero un ottovolante, una giostra, dove chiunque ha una fiche, a prescindere da ogni altro valore, può mettere a segno con un colpo fortunato la propria aspirazione a entrare in una classe politica (peraltro detestata sino a un attimo prima).
Quale blocco sociale
Nelle elezioni del 2008 il Pd ha sfondato nelle città e nei grandi ambienti urbani in genere. La sua proposta ha intercettato l’attenzione di molti ceti urbani, anche dell’iper-terziario. E’ inesatta la rappresentazione caricaturale di un Pd partito del ‘pubblico impiego’. Non c’è dubbio che il Pd (specie alla luce della strepitosa campagna condotta da Veltroni) ha saputo interpretare elementi strategici di modernità sociale. Però ha subito una sconfitta altrettanto pregante nei territori, negli ambiti provinciali e nelle stesse periferie urbane. Ha cioè subito la penetrazione della destra non solo nel ‘lavoro autonomo’, ma anche in vasti strati popolari. Dati alla mano si può dimostrare come il Pd ha non solo realizzato una performance limitata presso gli operai (problema di data non recente), ma ha subito una violenta inflessione (soprattutto) presso il lavoro precario.
Questo dualismo si è replicato (aggravandosi) nelle recenti elezioni europee e amministrative. Il Pd ‘tiene’ (con fatica) le realtà urbane over 15.000 (anche nel nord-est), ma cede clamorosamente nel territorio. Anche in Emilia-Romagna (ma anche in parti delle Marche e della Toscana) la Lega ha dilagato, talchè essa è oggi una forza non più volatile, bensì radicata nel territorio. In questo spostamento a destra dei ceti popolari (e delle popolazioni territoriali) giocano circostanze note: il big-push dell’immigrazione e l’insicurezza, enfatizzate, anziché lenite, dall’insicurezza economica e dalla prospettiva di un benessere non solo minacciato, ma effettivamente decrescente. Ma la destra ha potuto penetrare con tanta più facilità non trovando una adeguata potenza territoriale (quindi socio-culturale) della sinistra a fronteggiarla.
Eppure questo è il problema sociale e programmatico del Pd: unire i ceti moderni che chiedono spazio e protagonismo ai ceti popolari (tradizionali o di nuovo conio) che chiedono rassicurazione e redistribuzione delle chances sociali. Offrendo una identità che faccia da collante alle differenze.
Di questo il Pd ha pagato dazio: di porsi come un partito socialmente disinsediato, che recide radici e contatti con mondi sociali per involarsi in un progetto di modernizzazione totus politicus. Un riformismo senza sostegno sociale (senza popolo), come si è evinto nelle due esperienze di governo (e dal quale Reichlin ha più volte messo in guardia).
Leggero/pesante
O altrimenti detto volatile o insediato. Antinomia ferale. Perché di entrambi ci sarebbe bisogno, in una possibile coesistenza o, se possibile, in una sintesi innovativa. Un partito capace di reggere la sfida delle periferie territoriali (rese ancora più vaste, come plaghe, dalle gerarchie create dalla globalizzazione) affondandovi le proprie radici, e nello stesso tempo agile al punto di allargare senza remore le posizioni nei centri urbani. La risoluzione del dilemma organizzativo è tutt’uno con quella del blocco sociale. Un partito capace di dialogare (e di offrirsi come canale di promozione) con la neo-borghesia post-moderna, ma con le radici (e un programma) ben saldi nelle classi popolari. Di questo duplice fronte sono del resto una icastica esemplificazione le sfide elettorali sofferte dal Pd: la Lega sul territorio, Idv, grillisti, ma anche liste civiche sparse un poco ovunque nelle realtà comunali. Ovvero: la propria scarsa affidabilità sul territorio, e la scarsa affidabilità delle aggregazioni critiche post-moderne nei centri urbani. Per andare incontro agli uni non si possono tralasciare gli altri. C’è una differenza radicale fra il capitale sociale di derivazione storica (come sindacati e cooperative), che ha nel partito il proprio fondamentale supporto ideologico-politico, dal quale discendono cospicui riscontri fiduciari (sia negli ‘altri’ che nelle istituzioni), e il capitale fortemente ‘individualizzato’ su aggregazioni civiche, professionali o comitatistiche. Il quale ultimo ha nella sfiducia programmatica e nel rifiuto della delega il proprio motore. Se quest’ultimo non può non essere considerato come oggetto di attenzione, è anche vero che se si abbandona il primo non si va da nessuna parte, se non all’inferno. Ma questo è un tema dirimente per il discorso sull’Emilia-Romagna.
Vero è, parafrasando il motto faustiano, che se due anime albergano nel cuore del Pd, nessuna dall’altra si deve separare, anche se lo vogliono. Diciamola così: dopo aver fatto un passo avanti, con la prima performance cositutiva del Pd, e senza negarne il significato innovatore, occorre fare due passi indietro. Occorre cioè liberarsi dell’aura illusionistica del ‘partito liquido’, per tornare a radicare sul territorio una ‘organizzazione’. Pure in una necessaria pluralità di modelli territoriali, lavorare a un partito socialmente e territorialmente insediato. Democratico ma agguerrito. Passare da una fase entropica e implosiva, a una fase orientata dall’accumulo di energia. Capace di reggere in un periodo storico che sarà prolungato e convulso. A chi pensa che questa possa essere una ‘restaurazione’ si può opporre la considerazione (puramente difensiva) che nulla del passato può essere re-instaurato. Ma si può anche avanzare l’ipotesi (più volte verificata nella storia) che spesso le vie dell’innovazione (e del futuro) si aprono anche andando idealmente a ritroso. D’altro canto non prende forse corpo la ‘riforma’, proprio nei suoi risultati inediti e inattesi, da un tentativo apparentemente patetico di ripristinare qualcosa che è andato snaturandosi ?
Il Pd in Emilia-Romagna.
Il modello social-democratico era composto di vari elementi: economia sociale cooperativa, sindacato territorializzato, welfare locale, piccole imprese e loro articolazioni categoriali. Tenute insieme da un partito, ovvero dal primato della politica. Il Pd è sorto come tentativo di fusione fra questo corpo politico-sociale e le esperienze, assai più frammentate, del cattolicesimo sociale e del dossettismo in particolare. Il problema è che la fusione (fredda o calda che sia stata) è avvenuta attraverso una vera e propria rimozione mnemonica e lessicale. Un partito né socialista, né cattolico-democratico. Senza una identità. E alla fine senza neppure il rispetto delle proporzioni. Se è vero che il modello della socialdemocrazia emiliana era da tempo compiuto e insidiato da problematiche ‘sfidanti’, è altresì vero che le innovazioni avrebbero dovuto incidere su quel corpo, riformandolo, non porsi al di là di esso. Di qui una pericolosa decomposizione dei ‘residui’ in un contesto di ‘evaporazione’ politica. Una politica volatile basata su pratiche teatralizzate di formazione di leadership intrinsecamente ‘leggere’ e ‘liquide’, si è sovrapposta alla frammentazione del corpo solido del passato. Il rischio di una radicale incoerenza è alle porte.
Ora è vero che la classe amministrante non può surrogare il partito territoriale, tanto più quando originante da processi di selezione altamente stocastici. Nello stesso tempo il network del capitale sociale non può creare da sé ‘coesione sociale’. Senza la mediazione del partito politico – un partito innervato nella società, non un mero ‘comitato elettorale’ pluri-localizzato – il sistema del capitale sociale non può originare la ‘fiducia’. Se il Pd perde primato e capacità egemonici, sindacati e cooperative non reggeranno a lungo a tendenze decompositive, particolaristiche e corporative.
Il Pd in emilia-romagna è la congiunzione fra una storia quantitativamente prevalente – quella inscritta nel modello social-democratico – e una storia qualitativamente rilevante – il comunitarismo di matrice cristiana. Queste storie hanno alle spalle una potenza e un radicamento senza la quale non si può andare verso il futuro. Nello stesso tempo sono storie peculiari a questa regione, non ritrovabili altrove (almeno nelle stesse forme e con la stessa intensità). Sono il perno dell’identità del Pd emiliano-romagnolo, cioè della stessa identità regionale/territoriale. Per essere più precisi: se è vero che tutte le culture riformatrici hanno pari dignità è altresì vero che il loro peso è variabile. Il comunitarismo cristiano è una forza vitale che può essere sintetizzata nel calco prevalente del blocco social-democratico e nella sua costituzione laica. Ma l’innesto non può avere successo se questo stesso blocco non avvia una propria interna auto-riforma, trovando nel dispiegamento di una piena democrazia sociale una nuova spinta capace di trarlo dai rischi del burocratismo e del corporativismo. Ritrovando, in sintesi, la forza delle proprie radici, ravvivando il fascino di una Welthanscauung in parte degradata a rendita di potere. Come ? Basta pensare a come la cooperazione sociale può essere reinventata, ad esmpio, a proposito del lavoro precario.
Il modello federale, se ha una prospettiva parte da qui. Non da discentramenti procedurali, bensì dalla rivendicazione di una identità propria nella più vasta identità nazionale del Pd. E neppure da improvvisate esumazioni di geo-politiche improvvisate: come un ‘partito del nord’, un ‘lombardo-veneto’, un’Italia etrusco-appenninica e così via. Le Italie, come disvelano per l’ennesima volta le elezioni, sono due: centro-nord e centro-sud. Al di sotto di queste stanno i modelli regionali. L’Emilia è una regione del nord, ma con una propria distintività e cultura. La quale va aggiornata, ma sempre nei termini di una ‘grande narrazione’. Non vorremo certo che arrivi qualcuno da fuori a rivendicare qualcosa che è andato dimenticato, facendola propria e degradandola !

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