22 settembre 2009
All'orfanatrofio. Dove intellettuali e politici non si vedono nè si parlano.
Porgo ai blogger questi appunti. Me li ha suggeriti un libro scritto da Salvatore Biasco (Per una sinistra pensante, i libri di Reset, Marsilio) che ho avuto l’occasione di discutere alla Festa de l’Unità. L’autore è molto interessato (avendola vissuta sulla sua pelle) alla questione del rapporto fra politica e intellettuali. Tutto il libro è una denuncia, per quanto a fin di bene, del Pd, accusato di non aver saputo proporre una propria cultura politica. La verità è molto semplice. Un partito di ‘visione del mondo’ non può fare a meno degli intellettuali, un ‘partito di occupazione delle cariche’ può farne del tutto a meno o, se proprio ne ha bisogno, terrà un rapporto selettivo e strumentale. Li userà, cioè, come ‘portaborse’. Il Pci gramsciano (nella felice e occasionale sintesi dei ’60-’70) era un ‘intellettuale collettivo’. Ciò non rendeva affatto sovrapponibili i ruoli di direzione politica e di elaborazione culturale. La distinzione fra insider (collocati sulla tolda di comando) e outsider (stivati più in basso), era enormemente più marcata di oggi. Infatti non si tenevano primarie e il processo di selezione dei leader era totalmente privo di quegli elementi stocastici, cioè casuali, che oggi constatiamo a iosa. Nessun dilettante, intellettualizzato o meno, poteva ascendere (‘per caso’ e sulla spinta di un’ordalia partecipazionistica) alla dignità dirigente. Tuttavia tutte le situazioni erano contenute nel ‘partito scuola’. Il quale, come ogni scuola che si rispetti, era organizzato per rigide gerarchie e attraverso una minuta specializzazione di ruoli e mansioni. Il partito scuola era peraltro assolutamente affine al partito-fabbrica, nell’accezione fordista del termine. Nel partito scuola c’erano le strutture pedagogiche, per i vari livelli di preparazione, ma anche i centri di ricerca, peraltro assai liberi nei loro indirizzi. La stessa esistenza di un nucleo di pensiero condiviso ne rendeva possibile diverse traduzioni, anche in sede teologica (come nella Chiesa). C’erano ad esempio diverse varianti epistemologiche del marxismo: idealistico-crociane, ovvero storiciste, neo-positiviste, neo-kantiane ecc. spesso in lotta feroce fra di loro. Inoltre era rappresentata l’intera gamma delle sensibilità e delle traduzioni politiche del marxismo: luxemburghiane, adleriane, labriolesche, leniniste, soreliane ecc. Tutt’altro che agire come un elemento dottrinario respingente il minimo comune marxismo condiviso (mcm) era aperto alle più varie contaminazioni provenienti dalla filosofia, dalla storia, dalla letteratura, dalla sociologia e dall’economia. In ogni modo, dirigenti, quadri, militanti, intellettuali e simpatizzanti erano inseriti in un ambiente avvolgente, proprio perché centrato su alcuni elementi forti di cultura politica, dibattuti ma sostanzialmente condivisi, almeno come parametro di riferimento. Questo, beninteso, era un partito la cui base sociale era prevalentemente operaia, mentre in origine era costituita dal proletariato agricolo. I massimi dirigenti erano quasi tutti di formazione intellettuale, ma i quadri erano tratti dalle classi sociali rappresentate, che attraverso la cultura erano chiamati ad emanciparsi. Resta infine che fra intellettuali orientati alla politica e politici di estrazione intellettuale era facile intendersi. Certo per affinità di ceto, cioè per il valore tributato alla cultura nella definizione del sé, ma anche perché, quantomeno, avevano letto gli stessi libri. C’era comunanza semantica e concettuale. Parlavano la stessa lingua, anche se con gradi diversi di sofisticazione e inflessioni gergali definite dalle diversità dei ruoli. Di quel partito, oggi, non c’è più la base materiale. Il Pd tiene in scarsa considerazione l’elaborazione intellettuale perché, come sostiene Biasco, difetta di cultura politica (il chè è vero), ma anche perché, paradossalmente, è quasi interamente composto di ceti medi intellettualizzati. Oggi il gruppo più numeroso che ne articola la rappresentanza nelle assemblee elettive e negli esecutivi è costituito, non per caso (anche se pochi lo sanno) da liberi professionisti e figure con ruolo dirigenziale. Scomparsi per intero operai e lavoratori autonomi, assai ridotti gli impiegati (e fra di loro i pubblici dipendenti la cui fortuna si è fermata agli ’80). Pochi i politici professionali. Un fenomeno che si replica persino nei più piccoli comuni. Quali sono le motivazioni che spingono questi ceti a svolgere gli incarichi politici ? Alcune prosaiche. Per quanto vituperati gli incarichi politici restano ambiti per gli emolumenti e le posizioni di status in essi incorporati. Alcune funzionali. La politica è un ottimo trampolino per allargare il giro di conoscenza di cui ogni libera professione si nutre, specie per chi è alle prime armi. Inoltre in una politica che nella sua componente amministrativa si è molto tecnicizzata i liberi professionisti sono le figure dotate del migliore back-ground per affrontarne le asperità. Altre ragioni sono più nobili. Certamente c’è una spinta valoriale: certe nozioni condivise, ad esempio, relative al cd. ‘bene comune’ e all’impegno civico, un orientamento solidaristico, la motivazione verso mondi associativi che si intende intermediare. Questa, tuttavia, è una Welthanschauung general-generica, leggera, volatile, molto intuitiva e assai poco strutturata, se non tramite qualche luogo comune. Più una psicologia, una mentalità, per quanto radicata, che una cultura. Men che meno ‘politica’. Tale orientamento è infatti tratto in via diretta dall’ambiente di socializzazione, mentre i sistemi di pensiero, gli apparati concettuali, i linguaggi, l’expertise tecnica sono tratti dall’esterno della politica, cioè, essenzialmente dalle istituzioni scolastiche e professionali. Oggi il militante Pd (restando su una scala tipico-ideale, necessariamante estremizzata) è quasi sempre un laureato dotato di master, cosa che ne definisce l’autostima e lo abilita presuntamene alla funzione dirigente. La ‘meritocrazia’, cioè l’ideologia del primato del ‘merito’ è giustamente il suo manifesto programmatico. Perfettamente recepito, del resto, in quella carta fondamentale del Pd che è un puro distillato dell’incontro fra rituali accademici (con la loro enfasi mandarinale) e suggestioni medio-cratiche. I corsi di politica cresciuti un poco ovunque come appendice dei think tank sono assolutamente congrui a questa logica. Master post-universitari frequentando i quali si vorrebbero acquisire, con tanto di attestati, i titoli per concorrere alla distribuzione meritocratica degli incarichi. Da tutto ciò origina la necessaria emancipazione dalla cultura politica (che, a contrario, è una Welthanschauung ‘pesante’, cioè politicamente strutturata) e, assieme, dalla riflessione intellettuale della politica. Inoltre venendo da processi formazione totalmente esterni al partito, ognuna gelosa della sua personale expertise, tali figure sono necessariamente improntate all’individualismo. Un individualismo che potremmo definire idiosincratico e presuntuoso (della serie: “lei non sa chi sono io”) - per opposizione alla prosaica durezza di quello di destra, perfettamente consapevole del momento in cui deve fare ‘gregge’, Perciò il problema che si pone non è quello del rapporto con gli intellettuali, bensì perché un partito così pervaso dalle funzioni intellettuali non è in grado di produrre una elaborazione intellettuale innervata nella politica e capace di arrivare, per questa via, a condizionare il senso comune di chi non è né un intellettuale né un professionista (o semi-professionista) politico. Capace come tale di tessere e ispessire la cultura politica. Il Pd, più prosaicamente, è un partito di intellettuali (tratti dall’economia dei servizi) privo di una cultura politica dotata di solidità e perciò incapace di assegnare un ruolo di rilievo all’elaborazione intellettualizzata della politica. Ciò che si vede del Pd è piuttosto una serie di giustapposizioni: da un lato una babele di ‘residui’ di varie culture politiche defunte, dall’altro un generico orientamento a-ideologico, vagamente valoriale, che nella celebrazione del ‘nuovo’, della ‘modernità’ e della ‘democrazia’ partecipata vorrebbe fungere da mastice dell’insieme. Sotto questo profilo si potrebbe meglio precisare la questione: non è che il Pd è privo di cultura politica, ne ha una molteplicità. Tutte però sono labili. Un vero partito post-moderno – si potrebbe dire. Ma senza le televisioni. Come si esce da questo circolo vizioso ? [beninteso sempre che si avverta questo come un problema, dalla via che non manca chi teorizza l’assoluta irrilevanza, se non l’effetto zavorrante, della cultura politica]. Torniamo al concetto di ‘cultura politica’. Biasco, che è un economista, né da una definizione politologia corretta. Concorrono a definire la cultura politica i vari lati che la compongono: quelli intuitivi e psicologici, quelli espressivi, quelli concettuali e quelli pratico-stilistici (modi di comportamento, etiche del dovere, selezione dell’agenda, formazione dei gruppi dirigenti, assegnazione degli incarichi ecc.). Tuttavia la cultura politica se è tale non si dà allo stato brado, non germina spontaneamente dalla società (civile). Né è pre-confezionata dal ceto degli intellettuali. Essa è un prodotto dei gruppi dirigenti medesimi. Sono essi la sintesi dell’elemento intellettuale e di quello politico. Da ciò consegue il sedimento distintivo rivelatore dell’esistenza di una cultura politica: un modo di approccio, uno stile di comportamento. Se dal basso vengono i sentimenti, dall’alto viene la loro ri-strutturazione come cultura. Ne esce una Welthanschauung, e gli intellettuali avranno il loro posto, come l’ultimo dei militanti alle prese con un ciclostile o con i fornelli di uno stand gastronomico. E qui, in ultima analisi, si vede la vera debolezza del Pd: gruppi dirigenti frammentati e in larga misura inadeguati al compito. Anche perché – è una mia opinione – sfibrati dall’ansia di non perdere la loro posizione, cioè da una sindrome ‘contendente’ ormai entrata in una parossistica dismisura. Perché un coacervo di capi di vario ordine e pezzatura diventi un ‘gruppo dirigente’ capace di palsmare una cultura politica, occorre tempo. L’idea iper-democratica della perfetta sostituibilità dei dirigenti con nuovi venuti estratti in via permanente per via ordalico-elettorale, rende particolarmente nevrotico questo stress da mancanza di tempo. Inoltre tutto si risolve nella pre-selezione. Passando di pre-selezione in pre-selezione, è chiaro, la selezione non verrà mai. Così le cerchie dirigenti, cessano di essere tali ed evaporano in un nebuloso polverone. Nella fase fondativa-rivoluzionaria veltroniana nuove figure hanno scalato (chi essendo cooptato nella confusione generale, chi con autonomo protagonismo) la tolda di comando, rendendola vieppiù affollata. Alcuni di questi non è dato sapere di quali virtù siano portatori, di altri già tende a definirsi un’aura che è tipica degli ‘idiot savant’, alcuni altri sembrano rivelare delle potenzialità. Non hanno affatto sostituito i dirigenti di lunga durata. Si sono piuttosto accompagnati ad essi, ma rivendicando in modo confuso e acrimonioso la propria alterità. Se hanno scalzato qualcuno sono piuttosto gli intellettuali-politici di lungo corso, incrementando perciò il tasso di ignoranza. Insomma il materiale umano è questo. Se esaurita la fase confusionaria-rivoluzionaria, ci sarà un buon termidoro, forse, dal polverone emergerà un gruppo dirigente. Solo allora avremo la nuova ‘cultura politica’.
INVITO
Iniziativa il 13 Maggio a Bologna,
Circolo Spartaco, ore 20,30
INVITO
Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.
Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:
nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);
Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per
attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società
Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!
Come raggiungerci: consulta la mappa
Circolo Spartaco, ore 20,30
INVITO
Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.
Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:
nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);
Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per
attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società
Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!
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Una lettera a Piero Fassino su Gaza - Di Tommaso Gennari
Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera inviata dall'amico Tommaso Gennari a Piero Fassino.
Gentile Piero Fassino,
Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.
Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.
Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.
Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.
Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.
Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.
Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.
Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.
Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.
Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.
A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.
Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.
Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.
Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.
Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.
La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,
Tommaso Gennari
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Gentile Piero Fassino,
Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.
Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.
Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.
Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.
Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.
Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.
Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.
Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.
Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.
Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.
A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.
Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.
Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.
Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.
Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.
La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,
Tommaso Gennari
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Società rotonda, anzi rotatoria
di Ilvo Diamanti
Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.
("La Repubblica", 23 gennaio 2009)
Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.
("La Repubblica", 23 gennaio 2009)


19 commenti:
Bellissimo. Condivido tutto.
Dal "partito dei fucilati" ai fucilati dal partito! Povero Eugenio Curiel, sostituito da Sandra Zampa (pelosa)!
Tu mi dirai che il PCF esagerava con la "resistenza" (maiuscola non posta consapevolmente) e che il PCI non giunse mai alla mitologia dei francesi, ma qui in Emilia fu "francese" anch'esso!
Gli unici intellettuali onesti (con un po' di disonestà, ma non troppa) di area PD (ma forse SD o SL) che ho conosciuto ultimamente sono gli storici dell'Università di Pisa che hanno scritto per il Mulino un bel libro su Monte Sole, tragico finale del secondo rastrellamento tedesco contro la brigata Stella Rossa: Luca Baldissara e Paolo Pezzino.
AV
Ignoro Pezzino e non ho letto il libro, ma Baldissara lo conosco come storico serio, degno d'essere ospitato nei mitici 'Quaderni storici' del Pci.
Intendi la rivista o un ipotetico "libro d'oro" della nobiltà comunista?
Se si tratta della rivista, io che sono pignolo e ho una buona memoria remota, ti devo correggere: "Quaderni storici" era la rivista del Mulino dove scrivevano Carlo Poni e i suoi pony, mentre il Pci - meglio ancora: l'Istituto Gramsci centrale - pubblicava (tramite gli Editori Riuniti) il periodico "Studi storici", erede, all'incirca, di "Società".
Andrea Ventura
Hai ragione. Era Studi storici.
Il romanzo di Zani (capitolo 2: "Un fascista da Marte")
"Ebbe il desiderio di sputare loro in faccia tutto il suo risentimento ma usare quel fottuto sito lo disgustava, anche perché si univano contro di lui due che più diversi non si potrebbe nemmeno: un compagno di tante battaglie, passato poi alla critica quasi sistematica delle sue scelte, e uno strano individuo di cui, pur transitatogli a volte accanto nel corso del tempo (come nel migliore film di Wenders, quello sulla solitudine maschile: Im Lauf der Zeit) non capiva dove poterlo porre... su Marte, visto che da Marte veniva! Un fascista da Marte! Fastidioso, inutile, undercover e underline.
Anderlini è il plurale di tutti questi anglesismi e tedeschismi, il colpevole, il miele per le formiche di gente così!
Riteneva che se c'era un complottista ben rifinito quello fosse lui e tutto cozzava per irritarlo: quello era più complottista di lui, politicamente scorretto e molto altro di pessimo ancora, indifferente al diventare fascista per difendere la continuità del suo delirio. Quello pseudonimo poi, che non scoprì in tempi demosocialisti e a cui dovette fare buon viso ora era usato dalla vittima per cui fu creato. Balorda città di merda!"
Aller au hasard.
Posto di Bloggo. Ho l'impressione che il Nostro, ancora sotto le bombe di Pearl Harbor, non si materializzerà mai per via internautica. Ma, di questo passo, solo fisicamente. Speriamo non sia armato
Dovrebbe sentirsi amato... l'incarnazione della nostra giovinezza molto impegnata e della nostra sofferta maturità.
AV
Per ritornare a noi (a noi!): il Pci era la sintesi provvisoria di "poche idee ma chiare" (A)con "molte idee ma confuse" (B).
Nel corso del tempo (sempre Wenders!) ha prevalso "B".
Il marxismo avrebbe potuto anche essere dichiarato morto, ma non da preti ignoranti e scalcagnati come quelli allevati nel tardo Pci: è stata fatta una grande ingiustizia a questa grande corrente di pensiero che, in fondo, non aveva chiesto la residenza in quel partito ma solo un temporaneo domicilio.
Quando voleva godere e spassarsela bussava al piccolo appartamentino della sinistra socialista e, soprattutto, del socialismo di sinistra. Poi, il vecchio glorioso, si accompagnò con chiunque avesse verve e occorre dire che la sinistra ufficiale non ne ha mai avuta.
Il personale politico è figlio di questa miseria e quello odierno è pura gioventù perduta.
Andrea Ventura
Mi sono dimenticato di dire che Marx è un grandissimo autore dell'Ottocento e questo secolo (che amo molto) non aveva il problema del "politicamente corretto", altrimenti non avrebbe dato nulla di ciò di cui ancora oggi tutti viviamo (respingendone o accettandone il contenuto).
Vorrei risparmiarvi la citazione di tutti gli autori ottocenteschi di cui abbiamo almeno sentito parlare...
Io mi sto occupando da un po'ai "maledetti", quelli veri: Edouard Drumont e Georges Vacher de Lapouge.
Andrea Ventura
Inoltre, Fausto, prendi la scena politica odierna e puoi constatare che la destra realizza l'incontro fra politici e intellettuali in modo più aderente al nostro passato di sinistra che l'attuale sinistra.
Fini è consigliato, prende posizione e scrive (si fa scrivere)grazie all'impegno di Alessandro Campi, che è un ex del gruppo fiorentino di "Diorama Letterario" e "Trasgressioni", animate da Marco Tarchi, già storico avversario di Fini medesimo all'interno della gioventù missina degli anni settanta e da lungo tempo su posizioni estranee alla politica contingente.
Berlusconi ha avuto Gianni Baget Bozzo, Giuliano Ferrara, Domenico Minniti come ispiratori.
Chi si sentirebbe di avvicinare un Dario Franceschini, un D'Alema e lo stesso Bersani... tutte persone che si ritengono già erudite e intelligentissime!
Tu, che hai servito a lungo Cofferati sulle pagine del "Domani di Bologna", con articoli lunghissimi e impegnativi, hai teso al limite la fune della prossimità a costoro, quella fune che ti teneva legato a loro, ed eri teso come una corda di violino: da cui le sviolinate!
Non era una cosa seria!
Alessandro Campi è un professore universitario e come tanti altri potrebbe continuare a farlo, lasciando i politici soli con la loro poca significanza: invece tutti noi vorremmo la nostra ora o il nostro giorno di gloria!
Nel centro sinistra, che è il regno dei mezzi colti, fra cui ci sono anch'io (non nel centro-sinistra però), non c'è gloria per tutti, ma rissa per tutti.
AV
Guardiamo in direzione di Luca Cordero di Montezemolo e della sua associazione "Italia futura" per farci un'idea della situazione.
Per esempio manca Edmondo Berselli e questo depone a favore di Luchetto. La presenza invece del cocco di Ruini che insegna alla Cattolica, ovvero di Vittorio Emanuele Parsi, che scrive in difesa di Huntington depone a sfavore...
La minestra è sempre quella, più o meno.
E' incredibile poi, che a destra e a sinistra (e al centro) si parli accanitamente contro il populismo. Che cosa dovrebbero fare coloro che sono fuori dal sistema o che sono un po' dentro e un po' fuori?
Antonello
Errata corrige per Ventura e Antonello. I dirigenti del Pci tenevano in grande considerazione la 'cultura' e gli 'intellettuali', anche quando non erano d'estrazione intellettuale [quantomeno umanistica, come Longo, che era un ingegnere, e lo stesso Berlinguer, che veniva dall'apparato, mentre Natta era un latinista e Togliatti un Giano (politico-filosofico)come solo si trovavano a cavallo delle due Internazionali...]. Il dato saliente, comunque, è che in un partito strutturato come 'intellettuale collettivo', e che come tale assegnava agli intellettuali un ruolo 'organico' connesso alla riproduzione dell'egemonia, non c'era occasione per i 'consiglieri del principe' e per i brain trust (potendo bastere allo scopo un Pieralli, un Tato, o altro ghostwriter o addetto alle pr...qui da noi era il legame che univa Bacchiocchi a Galletti....Va da sè che allora non sarebbe mai potuto accadere che uno di questi ascendesse alle funzioni dirigenti, come, sempre nel cortile di casa, è capitato a uno come Monari). Perciò il fatto che oggi qualche 'capo' politico abbia (o abbia avuto) intorno qualche 'suggeritore' intellettuale non depone affatto a favore di un ritorno dell'intellettuale nella politica. Ne è anzi la comprova negativa.
E' evidente che l'egemonia non si può orchestrare senza intellettuali che siano anche buoni 'violinisti' o esperti in ogni genere di strumenti. Fortunatamente, da noi, il 'culto del partito', e della sua funzione nazionale, ha impedito il 'culto della personalità', salvando dalle figuracce.
Intimamente, nel mio piccolissimo e miserabile ridotto, mi interrogo spesso se e che tipo di suonatore io sia stato. Più a fondo, se sia mai stato capace di toccare qualche corda 'profonda' e se metallica o di lavorazione animale (come nel violino Barocco, dal suono bellissimo ma rapidamente stonato, cioè incapace di tenere l'accordatura). E più a fondo ancora se sia mai davvero entrato al Conservatorio. Questo però è un problema intimo. Ciò che mi urge adesso è di postare qualcosa su Cofferati. L'accusa di avergli suonato il violino sembra diffusa fra diversi osservatori del mio piccolo tramonto (con metodo Hinayana). Non mi difenderò dall'accusa, nè mi perderò a discettare sugli strumenti musicali. A breve tornerò, invece, sullo 'sviolinato'.
Direi di lavorazione animale (senza offesa): infatti sono state percepite prestissimo come scordate.
Il violino non era uno stradivario e la platea era quella, notoriamente poco esigente, degli elettori già comunisti, che il ragionamento, molto teso, sullo spezzare il consociativismo non potevano neppure ammetterlo: non tanto moralmente (in quanto discordo naturaliter "di destra"... qui le loro menti difficilmente vi sarebbero giunte, ma il loro cuore plurioperato, comunque si) quanto perché elettorato "d'ordine", maggioranza silenziosa (e silenziata/autosilenziata) di sinistra.
Cofferati avrebbe potuto essere il capo della Dc milanese dei primi anni settanta! Altro che Pirelli! Piuttosto "Guida Michelin" del luogocomunismo a due stelle senza bagno in camera! La vita l'è dura, pareva dire, e assomigliava al ferroviere del film di Pietro Germi (interpretato da Germi medesimo).
E tu andavi a raccontargli una fola postmoderna e liberale, dove da povero capetto e crapa sindacal sfigata, baciandolo a furor di articoli alla "Foreign Affairs", avrebbe potuto diventare il neocons di riferimento (con origini comuniste, come è d'obbligo per il marchio...): il Rumsfeld che attacca l'elefantesco ed elefantiaco Pentagono Pci Pds Ds sulla quantità degli effettivi necessari per vincere la guerra postmoderna contro le forze della conservazione parassitaria!
Ti sei fatto un viaggio da "scontro di civiltà", poi ti sei accorto che era invece un "inside job" in salsa bolognese!
Tu hai fatto un lavoretto impegnativo che io avrei potuto fare solo per una sindachessa molto fascinosa e molto preparata...
AV
Touché. Che la scherma psicologica di Ventura sia di prim'ordine è dimostrato. Fiuto ed intuito fulminanti nel gioco d'attacco (quando non è zavorrato dall'elucubrazione pedante e dietrologica). Inoltre, da buon bibliofilo, è difeso da una spessa corazza di testi (spesso sconosciuti agli altri schermitori). Comunque, come annunciato, non finisce qui.
C'è chi sta su Offenbach e chi sta su Wagner...
AV
La notizia è fonte di ansia e di imbarazzo ma bisogna darla: dal sito di Mauro Zani è scomparso "Ambaradam"!
Spero non si tratti di guerra al terrorismo o di scontro di civiltà, altrimenti dovremmo richiamare in servizio il Rumsfeld de noantri: Sergio Tex Gaetano.
Antonello
E' stato il padre ad uccidere il figlio!
Ha confessato l'insano gesto.
Ora gli psichiatri democratici ("Psichiatria Democratica e non solo" in accordo con "Demosocialisti e non solo") dirameranno un comunicato in cui indicheranno come responsabile morale di quanto continua ad accadere in provincia di Bologna il governo di centro-destra, che ha tagliato i fondi anche ai servizi di igiene mentale.
Andrea Ventura
Ho capito. Ma ho anche visto che la scialuppa di Zani ha ripreso il mare dopo l'affondamento di Pearl Harbor. Naturalmente incerta in quale porto gettare l'ancora. Se davanti all'oceano (e alla finanza) o all'Heartland (con le sue filières agricole manifatturiere). Siamo sempre a Der Nomos Der Erde: America/Europa, Inghilterra/Germania, Spd/Linke, Pd/socialismo, Bersani/Franceschini, Bastico/Bonaccini...Due blog e quattro postanti. Residenza bivariata. Fra il puzzo di Quarantena e le fragranze agresti di Amore, con il suo alacre vangatore. Che idea sarebbe tirare la saracinesca su un unico locale ? Tornerò su Sergio Gaetano e altro. Ma a tempo, perchè adesso, per qualche giorno, devo vangare il mio ufficio (ho per le mani, nientemeno, che una indagine comparata sulla litigiosità: in Emilia, Catalogna e Aquitania). Roba troppo ghiotta...
Bene! Per qualche giorno leggeremo un vecchio libro spiritoso: *Come vivere, e bene, senza i comunisti : la prima guida a ciò che conta veramente nella vita / Roberto d'Agostino. - Milano : A. Mondadori, 1986
Antonello
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