Porgo ai blogger questi appunti. Me li ha suggeriti un libro scritto da Salvatore Biasco (Per una sinistra pensante, i libri di Reset, Marsilio) che ho avuto l’occasione di discutere alla Festa de l’Unità. L’autore è molto interessato (avendola vissuta sulla sua pelle) alla questione del rapporto fra politica e intellettuali. Tutto il libro è una denuncia, per quanto a fin di bene, del Pd, accusato di non aver saputo proporre una propria cultura politica. La verità è molto semplice. Un partito di ‘visione del mondo’ non può fare a meno degli intellettuali, un ‘partito di occupazione delle cariche’ può farne del tutto a meno o, se proprio ne ha bisogno, terrà un rapporto selettivo e strumentale. Li userà, cioè, come ‘portaborse’. Il Pci gramsciano (nella felice e occasionale sintesi dei ’60-’70) era un ‘intellettuale collettivo’. Ciò non rendeva affatto sovrapponibili i ruoli di direzione politica e di elaborazione culturale. La distinzione fra insider (collocati sulla tolda di comando) e outsider (stivati più in basso), era enormemente più marcata di oggi. Infatti non si tenevano primarie e il processo di selezione dei leader era totalmente privo di quegli elementi stocastici, cioè casuali, che oggi constatiamo a iosa. Nessun dilettante, intellettualizzato o meno, poteva ascendere (‘per caso’ e sulla spinta di un’ordalia partecipazionistica) alla dignità dirigente. Tuttavia tutte le situazioni erano contenute nel ‘partito scuola’. Il quale, come ogni scuola che si rispetti, era organizzato per rigide gerarchie e attraverso una minuta specializzazione di ruoli e mansioni. Il partito scuola era peraltro assolutamente affine al partito-fabbrica, nell’accezione fordista del termine. Nel partito scuola c’erano le strutture pedagogiche, per i vari livelli di preparazione, ma anche i centri di ricerca, peraltro assai liberi nei loro indirizzi. La stessa esistenza di un nucleo di pensiero condiviso ne rendeva possibile diverse traduzioni, anche in sede teologica (come nella Chiesa). C’erano ad esempio diverse varianti epistemologiche del marxismo: idealistico-crociane, ovvero storiciste, neo-positiviste, neo-kantiane ecc. spesso in lotta feroce fra di loro. Inoltre era rappresentata l’intera gamma delle sensibilità e delle traduzioni politiche del marxismo: luxemburghiane, adleriane, labriolesche, leniniste, soreliane ecc. Tutt’altro che agire come un elemento dottrinario respingente il minimo comune marxismo condiviso (mcm) era aperto alle più varie contaminazioni provenienti dalla filosofia, dalla storia, dalla letteratura, dalla sociologia e dall’economia. In ogni modo, dirigenti, quadri, militanti, intellettuali e simpatizzanti erano inseriti in un ambiente avvolgente, proprio perché centrato su alcuni elementi forti di cultura politica, dibattuti ma sostanzialmente condivisi, almeno come parametro di riferimento. Questo, beninteso, era un partito la cui base sociale era prevalentemente operaia, mentre in origine era costituita dal proletariato agricolo. I massimi dirigenti erano quasi tutti di formazione intellettuale, ma i quadri erano tratti dalle classi sociali rappresentate, che attraverso la cultura erano chiamati ad emanciparsi. Resta infine che fra intellettuali orientati alla politica e politici di estrazione intellettuale era facile intendersi. Certo per affinità di ceto, cioè per il valore tributato alla cultura nella definizione del sé, ma anche perché, quantomeno, avevano letto gli stessi libri. C’era comunanza semantica e concettuale. Parlavano la stessa lingua, anche se con gradi diversi di sofisticazione e inflessioni gergali definite dalle diversità dei ruoli. Di quel partito, oggi, non c’è più la base materiale. Il Pd tiene in scarsa considerazione l’elaborazione intellettuale perché, come sostiene Biasco, difetta di cultura politica (il chè è vero), ma anche perché, paradossalmente, è quasi interamente composto di ceti medi intellettualizzati. Oggi il gruppo più numeroso che ne articola la rappresentanza nelle assemblee elettive e negli esecutivi è costituito, non per caso (anche se pochi lo sanno) da liberi professionisti e figure con ruolo dirigenziale. Scomparsi per intero operai e lavoratori autonomi, assai ridotti gli impiegati (e fra di loro i pubblici dipendenti la cui fortuna si è fermata agli ’80). Pochi i politici professionali. Un fenomeno che si replica persino nei più piccoli comuni. Quali sono le motivazioni che spingono questi ceti a svolgere gli incarichi politici ? Alcune prosaiche. Per quanto vituperati gli incarichi politici restano ambiti per gli emolumenti e le posizioni di status in essi incorporati. Alcune funzionali. La politica è un ottimo trampolino per allargare il giro di conoscenza di cui ogni libera professione si nutre, specie per chi è alle prime armi. Inoltre in una politica che nella sua componente amministrativa si è molto tecnicizzata i liberi professionisti sono le figure dotate del migliore back-ground per affrontarne le asperità. Altre ragioni sono più nobili. Certamente c’è una spinta valoriale: certe nozioni condivise, ad esempio, relative al cd. ‘bene comune’ e all’impegno civico, un orientamento solidaristico, la motivazione verso mondi associativi che si intende intermediare. Questa, tuttavia, è una Welthanschauung general-generica, leggera, volatile, molto intuitiva e assai poco strutturata, se non tramite qualche luogo comune. Più una psicologia, una mentalità, per quanto radicata, che una cultura. Men che meno ‘politica’. Tale orientamento è infatti tratto in via diretta dall’ambiente di socializzazione, mentre i sistemi di pensiero, gli apparati concettuali, i linguaggi, l’expertise tecnica sono tratti dall’esterno della politica, cioè, essenzialmente dalle istituzioni scolastiche e professionali. Oggi il militante Pd (restando su una scala tipico-ideale, necessariamante estremizzata) è quasi sempre un laureato dotato di master, cosa che ne definisce l’autostima e lo abilita presuntamene alla funzione dirigente. La ‘meritocrazia’, cioè l’ideologia del primato del ‘merito’ è giustamente il suo manifesto programmatico. Perfettamente recepito, del resto, in quella carta fondamentale del Pd che è un puro distillato dell’incontro fra rituali accademici (con la loro enfasi mandarinale) e suggestioni medio-cratiche. I corsi di politica cresciuti un poco ovunque come appendice dei think tank sono assolutamente congrui a questa logica. Master post-universitari frequentando i quali si vorrebbero acquisire, con tanto di attestati, i titoli per concorrere alla distribuzione meritocratica degli incarichi. Da tutto ciò origina la necessaria emancipazione dalla cultura politica (che, a contrario, è una Welthanschauung ‘pesante’, cioè politicamente strutturata) e, assieme, dalla riflessione intellettuale della politica. Inoltre venendo da processi formazione totalmente esterni al partito, ognuna gelosa della sua personale expertise, tali figure sono necessariamente improntate all’individualismo. Un individualismo che potremmo definire idiosincratico e presuntuoso (della serie: “lei non sa chi sono io”) - per opposizione alla prosaica durezza di quello di destra, perfettamente consapevole del momento in cui deve fare ‘gregge’, Perciò il problema che si pone non è quello del rapporto con gli intellettuali, bensì perché un partito così pervaso dalle funzioni intellettuali non è in grado di produrre una elaborazione intellettuale innervata nella politica e capace di arrivare, per questa via, a condizionare il senso comune di chi non è né un intellettuale né un professionista (o semi-professionista) politico. Capace come tale di tessere e ispessire la cultura politica. Il Pd, più prosaicamente, è un partito di intellettuali (tratti dall’economia dei servizi) privo di una cultura politica dotata di solidità e perciò incapace di assegnare un ruolo di rilievo all’elaborazione intellettualizzata della politica. Ciò che si vede del Pd è piuttosto una serie di giustapposizioni: da un lato una babele di ‘residui’ di varie culture politiche defunte, dall’altro un generico orientamento a-ideologico, vagamente valoriale, che nella celebrazione del ‘nuovo’, della ‘modernità’ e della ‘democrazia’ partecipata vorrebbe fungere da mastice dell’insieme. Sotto questo profilo si potrebbe meglio precisare la questione: non è che il Pd è privo di cultura politica, ne ha una molteplicità. Tutte però sono labili. Un vero partito post-moderno – si potrebbe dire. Ma senza le televisioni. Come si esce da questo circolo vizioso ? [beninteso sempre che si avverta questo come un problema, dalla via che non manca chi teorizza l’assoluta irrilevanza, se non l’effetto zavorrante, della cultura politica]. Torniamo al concetto di ‘cultura politica’. Biasco, che è un economista, né da una definizione politologia corretta. Concorrono a definire la cultura politica i vari lati che la compongono: quelli intuitivi e psicologici, quelli espressivi, quelli concettuali e quelli pratico-stilistici (modi di comportamento, etiche del dovere, selezione dell’agenda, formazione dei gruppi dirigenti, assegnazione degli incarichi ecc.). Tuttavia la cultura politica se è tale non si dà allo stato brado, non germina spontaneamente dalla società (civile). Né è pre-confezionata dal ceto degli intellettuali. Essa è un prodotto dei gruppi dirigenti medesimi. Sono essi la sintesi dell’elemento intellettuale e di quello politico. Da ciò consegue il sedimento distintivo rivelatore dell’esistenza di una cultura politica: un modo di approccio, uno stile di comportamento. Se dal basso vengono i sentimenti, dall’alto viene la loro ri-strutturazione come cultura. Ne esce una Welthanschauung, e gli intellettuali avranno il loro posto, come l’ultimo dei militanti alle prese con un ciclostile o con i fornelli di uno stand gastronomico. E qui, in ultima analisi, si vede la vera debolezza del Pd: gruppi dirigenti frammentati e in larga misura inadeguati al compito. Anche perché – è una mia opinione – sfibrati dall’ansia di non perdere la loro posizione, cioè da una sindrome ‘contendente’ ormai entrata in una parossistica dismisura. Perché un coacervo di capi di vario ordine e pezzatura diventi un ‘gruppo dirigente’ capace di palsmare una cultura politica, occorre tempo. L’idea iper-democratica della perfetta sostituibilità dei dirigenti con nuovi venuti estratti in via permanente per via ordalico-elettorale, rende particolarmente nevrotico questo stress da mancanza di tempo. Inoltre tutto si risolve nella pre-selezione. Passando di pre-selezione in pre-selezione, è chiaro, la selezione non verrà mai. Così le cerchie dirigenti, cessano di essere tali ed evaporano in un nebuloso polverone. Nella fase fondativa-rivoluzionaria veltroniana nuove figure hanno scalato (chi essendo cooptato nella confusione generale, chi con autonomo protagonismo) la tolda di comando, rendendola vieppiù affollata. Alcuni di questi non è dato sapere di quali virtù siano portatori, di altri già tende a definirsi un’aura che è tipica degli ‘idiot savant’, alcuni altri sembrano rivelare delle potenzialità. Non hanno affatto sostituito i dirigenti di lunga durata. Si sono piuttosto accompagnati ad essi, ma rivendicando in modo confuso e acrimonioso la propria alterità. Se hanno scalzato qualcuno sono piuttosto gli intellettuali-politici di lungo corso, incrementando perciò il tasso di ignoranza. Insomma il materiale umano è questo. Se esaurita la fase confusionaria-rivoluzionaria, ci sarà un buon termidoro, forse, dal polverone emergerà un gruppo dirigente. Solo allora avremo la nuova ‘cultura politica’.