16 ottobre 2009
io e COFFERATI. Una intervista di Diego Costa al sottoscritto, apparsa ridotta su "Bologna" 11 Ottobre
1) E' passato un anno dall'annuncio di Cofferati, la sua indisponibilità a un secondo mandato. Che ricordi hai di quei giorni? All'interno del partito fu un terremoto? R. Ci fu, come ovvio, sbalordimento, soprattutto nei sostenitori. Coloro che l’osteggiavano, in fondo, trovarono conferma dei loro pregiudizi. Più che sentirsi sollevati di un peso si sentirono rinfrancati sino all’euforia nell’aver ‘visto giusto’: “Io l’avevo detto”. Ricordo che Sassi, un poco a nome dei ‘Formidabili’, giunse a pretendere le scuse dal partito, mentre in alcune redazioni di giornali (almeno una che conosco, quella di Repubblica) si brindò alla ‘liberazione’. I sostenitori invece si sentirono, altrettanto naturalmente, ‘traditi’. Cioè non presero sul serio le giustificazioni familiari avanzate da Cofferati. Bisogna dire che per costoro il lutto durò comunque poco. In fondo in fondo, essi sì, si sentirono come sollevati. Molti, in cuor loro, dubitavano che Cofferati, al punto in cui erano giunte le cose, e con dati di consenso palesemente controversi, riuscisse a reggere lo scontro con la destra. Con Cofferati in campo il fantasma di una ‘grande ritorno’ di Guazzaloca generava una qualche inquietudine. I dirigenti del partito, per parte loro, avevano percezione della situazione. Si deve pensare che da tempo avessero messo in conto un ‘second best’. E lo si vide nella rapidità della convergenza su Del Bono. 2) Un anno dopo... com'è cambiata la nostra vita? R. E’ cambiata la nostra vita ? Direi per niente, se non nei modi e nella misura che è dettata dal quadro più generale che la determina. In seguito alla crisi sono diminuiti redditi e consumi, mentre il futuro si è fatto ancor più minaccioso. Altro è il discorso della ‘psicologia cittadina’, la quale, come noto, ha un tratto tipicamente ‘domestico’. Si sublima in modo proiettivo e patologico sul Primo Cittadino, evocato di volta in volta come un curatore o un demiurgo, oppure additato come reo di ogni genere di mali. Nelle città ci sono sempre le più svariate giustificazioni per dare sfogo al naturale brontolio della gente. Anche intellettuali, opinion leader, eminenti autorità morali, quando si siedono nel salotto di casa, contribuiscono alle più surreali discussioni. Come il lungo dibattito crepuscolare sulla crisi/decadenza della città, misurata ogni fine anno sui due/tre posti guadagnati o persi da Bologna nella classifica del Sole 24 ore. Sino a dar luogo ai più comici risvolti profetico-letterari: dalla città “sazia e disperata” all’”alzati e cammina”, passando per “risorgi Bologna” ed altre amenità prive di senso. Se si considera che anziché mettersi a ridere, c’è chi si abbandona all’esegesi ispirata (e fra costoro non può mancare l’esimio De Plato) si può avere la misura di una certa mutazione antropologica nella città. Dove il gusto per l’aforisma roboante e smisurato (letteralmente ‘fuori di scala’) si accompagna alla passione per il cicaleccio da pianerottolo. E’ la fenomenologia di ‘Bolokistan’, della quale già un’altra volta abbiamo avuto l’occasione di parlare. Tornando ai cicli psicologici della città, siamo passati attraverso varie fasi: Guazzaloca fu elevato in cielo per il suo accattivante minimalismo, salvo scocciare un po’ tutti con il ricorso sistematico al gigionismo auto-celebrativo (cosa alla quale indulge tutt’ora), sino a trasformare la città in una specie di presepe (con statue, padri pii ecc.). Cofferati fu accolto come un Deus ex Machina: un eccesso di calore (e di aspettative) destinate presto a pietrificarsi in una specie di strutturale incomprensione. Per dieci anni, in sintesi, il ciclo psicologico ha avuto un andamento rapsodico e schizofrenico. Alle spalle il fantasma dell’antica ‘grandezza’ della città: che per la destra più prosaica (ma anche per la sinistra salottiera pre-post-moderna, letteralmente ou-topica, e culturalista, al meglio incarnata da Cervellati) erano i fasti pre-unitari, barocchi e controriformatori; per la sinistra era la città rossa del dopoguerra e dei ’60, con la sua vis ideologica e riformista. Fantasmi fondamentali per parametrare l’inquietudine del presente e/o instillare vere e proprie euforie progettuali (con annesso mito del ‘grande ritorno’). Dopo tanto dispendio psichico era logico aspettarsi (come si sta confermando) una stagione di distacco, pacatezza e moderazione. Sotto questo profilo, a parte quel che passa il convento italico, Del Bono si trova in una condizione estremamente favorevole. Non essendo accompagnato da grandi aspettative è anche al riparo dal rischio di pesanti retroazioni da disillusione. Anche considerando che i fantasmi alla base della nevrosi si sono ancora un poco allontanati, sino a sbiadire nel nulla, senza avere il fiato sul collo di una psicologia pubblica apprensiva può agire con più margini di autonomia e sicurezza. 3) Al sindaco di ieri sopravvive il suo fantasma. L'Opposizione ha di recente chiesto la verifica dei suoi impegni, opportunamente evitata dalla Maggioranza. Come mai il Cinese continua a incarnare superficialmente il "non sindaco"? Non è un complesso di inferiorità della città? Non è provincialismo nel senso più negativo del termine? E come mai la cosiddetta "discontinuità" resta un obiettivo amministrativo, dagli uni sottinteso, dagli altri amplificato R. La discontinuità è un’altra di quelle parole-chiave allusive a chissà cosa e che invece non vogliono dire niente. Rispecchiando semmai la vuotezza di chi le pronuncia. Bisogna dire che in campagna elettorale Del Bono ebbe la saggia avvertenza di non cadere nel tranello di chi pretendeva marcasse in ogni modo la ‘discontinuità’ con Cofferati. Che la destra e altri (come Guazzaloca, ancora adesso stordito dalla mazzata del 2004) vi faccia ricorso è normale. In realtà ogni amministrazione è giocoforza in continuità con la precedente, anche quando di colore politico diverso. Lo scheletro della politica amministrativa è relativamente rigido, anche se le guarnizioni e le nervature, specie stilistiche, possono cambiare. Dopo la spigolosità di Cofferati e del suo stile di governance basato sulla ‘conflittualità-negoziale’ era prevedibile si passasse a modi molto più concorsuali e ‘rotondi’. Cosa che si vede (anche troppo) nelle prime mosse di Del Bono. 4) Cofferati sindaco: cosa ha fatto bene, cosa male? E' stato davvero lo "sceriffo"? C'è un altro modo per definirlo, magari più originale? R. Credo che Cofferati non abbia fatto nulla di male e diverse cose buone. Alcune innovative, come il Piano strutturale e i progetti di riqualificazione urbana, altre in continuità con la tradizione, come i servizi sociali e la politica tariffaria. Sulle infrastrutture si è mosso stretto da condizionamenti oggettivi. Fare qualcosa, soprattutto senza disfare quel che c’è (piaccia o meno) è più difficile che immaginare piani a ‘tabula rasa’. La tabula è scarsa, ma mai rasa (ecco un esempio obbligato di continuità – al massimo, ricorrendo a Togliatti, di ‘unità nella diversità’). Non cè nulla di ciò che Cofferati ha fatto che non sia ascrivibile a una politica di sinistra. A parte le descrizioni caricaturali, anche la sua politica di inflessibilità legalitaria associata all’integrazione degli immigrati si muoveva su un piano per nulla trevigiano. Se il governo Prodi l’avesse adottata subito probabilmente si sarebbe fatto qualcosa di bene. Infine lasciando il campo Cofferati lo ha anche liberato a favore del centro-sinistra (Pd e coalizione). La destra si è divisa e Del Bono ha potuto vincere senza troppi patemi. Avesse vinto la destra, allora sì sarebbe stato giusto incolpare Cofferati di gran parte della responsabilità. 5) Da Cofferatiano convinto ti sei lasciato sfuggire una frase: mi sento tradito. Puoi spiegare il perchè? R. Dall’arrivo di Cofferati io non ci ho guadagnato nulla, perciò nulla ho perso dalla sua dipartita. E’ possibile che gli abbia costruito addosso un vestito che non era suo fino in fondo. Sbagliando persona e perdendomi dietro un auto-illusione (come mi ha detto un amico con il quale posto piacevolmente). A me lo stile conflittuale-negoziale (cioè prima ci si misura-dichiara nell’ostilità, poi si fa l’accordo, ma sempre conservando al soggetto pubblico la sua ‘autonomia’) piaceva un sacco. Beninteso: io sono assolutamente favorevole alla concertazione sociale. Oserei persino definirmi un seguace del Guild Socialism. Ma non sopporto le dirigenze che trasformano la rappresentanza in privilegio cetuale. Le grandi organizzazioni sociali (coop, sindacati, associazioni di categoria) sono una grande risorsa ereditata dal passato, ma in molte di esse è ormai spenta la linfa della cittadinanza sociale. Nella spigolosa affermazione di distanza di Cofferati vedevo una possibilità di riaprire processi di ri-legittimazione democratica nel tessuto delle associazioni, emancipandole dal rischio dell’oligarchismo. Nello stesso tempo mi da anche fastidio la petulanza comitatistica, che io reputo una forma depravata della partecipazione. Perciò per tutto un periodo mi sono sentito in sintonia col Coffy, anche intimamente (scusandomi per l’iperbole): lui, un forestiero, io, uno straniero in patria. Questo approccio, in ogni modo, non è passato. Alla fine le forze inerziali della città hanno prevalso. Ma il problema resta aperto e il Pd, dovrebbe porselo come Il suo problema. Dulcis in fundo è vero che Coffy mi ha lasciato di stucco. Non perché se ne sia andato. Ci avesse detto che il suo percorso era terminato, presentando un bilancio, e che era giunto il momento, anche per evitare rischi al Pd, di dedicarsi ad altro – come fa ogni capo politico degno del cinismo del ruolo - avrei ingurgitato meglio la pillola. Ciò che mi ha scocciato è stata la tiritera sul figlio…..mi sono sentito un po’ preso per i fondelli. 6) Infine: nel Pd continuano le baruffe chiozzotte. L'occasione per migliorarsi la dà sempre la...casa dei vicini. E' di ieri l'appello all'unità da parte delle parlamentari Lenzi e Zampa. Non sarebbe davvero un buon segnale giungere al congresso con un ritrovato intento comune, che faccia leva sul segnale giunto dalla corte costituzionale? R. Per il Pd auspico che si consumi il più rapidamente possibile il passaggio al suo Termidoro. Cioè la fine della fase ‘rivoluzionaria-confusionaria’. Un Segretario, una identità accettabile, una organizzazione (solida quel tanto che si può – liquida lo è già ad abundantiam), un programma di alleanze sociali e politiche, e di soluzioni all’altezza della crisi. Purtroppo, essendosi dato uno Statuto demenziale, questo risultato stabilizzante è fortemente a rischio. Nel polverone è inevitabile si sentano le cose e gli appelli più strani. I documenti congressuali erano tutti sotto il livello della necessità, ma ho appoggiato Bersani, perché lo reputo il più adatto a realizzare a breve il Termidoro, sperando poi di trovare, in prospettiva, una qualche via inesplorata alla salvezza. E comunque non tutto è cacca. I giornali, specie quelli ‘amici’, oltre a perdersi a descrivere i litigi (in ottava pagina) avrebbero dovuto sottolineare come 460.000 votanti sono una forza (e una prova) che merita rispetto. Dove si vede in Italia una tale prova di democrazia ? E in Europa ?
INVITO
Iniziativa il 13 Maggio a Bologna,
Circolo Spartaco, ore 20,30
INVITO
Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.
Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:
nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);
Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per
attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società
Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!
Come raggiungerci: consulta la mappa
Circolo Spartaco, ore 20,30
INVITO
Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.
Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:
nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);
Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per
attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società
Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!
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Una lettera a Piero Fassino su Gaza - Di Tommaso Gennari
Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera inviata dall'amico Tommaso Gennari a Piero Fassino.
Gentile Piero Fassino,
Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.
Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.
Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.
Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.
Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.
Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.
Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.
Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.
Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.
Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.
A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.
Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.
Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.
Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.
Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.
La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,
Tommaso Gennari
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Gentile Piero Fassino,
Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.
Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.
Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.
Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.
Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.
Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.
Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.
Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.
Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.
Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.
A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.
Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.
Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.
Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.
Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.
La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,
Tommaso Gennari
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Società rotonda, anzi rotatoria
di Ilvo Diamanti
Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.
("La Repubblica", 23 gennaio 2009)
Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.
("La Repubblica", 23 gennaio 2009)


35 commenti:
Se un pescivendolo non sa maneggiare il pesce, non lo sa eviscerare, gli sfugge di mano e, alla fine, è incerto pure su come farvelo pagare - al peso lordo o al peso netto - voi, da quest'uomo, comprereste un'auto usata?
Ecco, siamo a questo punto...
Venne a Bologna accettando dalla giornalaia della Cirenaica l'omaggio dell'ultimo numero di Tex Willer, poi iniziò con un non terminato tour della memoria comunista, partendo da San Donato, poi tre (tre!)thè del giovedì con pensionati dello SPI-CGIL per imitare Guazzaloca, Umberto Eco che garantì al Palasport che "aveva studiato" da sindaco(?) e "Cofferati anch'io" di Roberto Grandi, le foto in bicicletta lungo Via Indipendenza, la patente mai posseduta, i nove mesi alla Pirelli pagato alla tariffa sindacale di vent'anni prima perché "è giusto così che me ne sono andato a fare politica a Roma"...
La ricetta per una presa per il culo è più breve!
E' che siamo messi da cani!
Crediamo, per disperazione, anche alle balle che produciamo per il capufficio se arriviamo tardi a marcare il cartellino!
L'ipocrisia è l'omaggio che il vizio rende alla virtù.
Occorrerebbe leggere Cofferati in controluce, in filigrana, per parlare della città e non di Cofferati!
Su Cofferati non c'è nulla da dire: un mediocre, anzi, meglio, un nulla integrale, prodotto bislacco dell'amendolismo milanese coniugato con la "fertilità" della CGIL, che produce nullità in serie, da catena di montaggio fordista!
Almeno, Diobono, è il prodotto della morte del dio catto-comunista di provincia, con la salma (il salmone!), più volte inumata (con messa e senza messa, ma mai cremata!) ed esumata, poi inumata, esumata, inumata... il cui stato di conservazione si può verificare annualmente dalla liquefazione del sangue al Parco Nord, imbustata con "la coop sei tu".
Un partito di becchini che si comportano come pescatori della domenica, in laghetti di periferia, con cavedani slabbrati dall'uso... per fellatio!
Andrea Ventura
In America un individuo che presenta la moglie in campagna elettorale e l'amante con cui copulava da tempo (con un aborto al seguito... poi, per riparazione, Edoardo) dopo pochi mesi dall'insediamento, con la gaglioffa frase: "non pensavo di innamorarmi alla mia età"... ebbene, in America, avrebbe giustamente subito la distruzione immediata della carriera, della persona e sarebbe stato ridotto allo stato "laicale", al pianterreno di una mendicità non assistita nemmeno dall'Esercito della Salvezza!
L'appello all'unità di tutte le componenti (o casi umani) del Pd da parte delle più belle e intelligenti piddine cattodem bolognesi è commovente: rubano il lavoro a un Mauro Zani ormai vangatore e cacciatore (rileggere gli scritti di Marx sulle società precapitalistiche) e immemore del suo doroteismo comunista, anzi, ora pericolosamente sbilanciato su un "candidato giusto in un solo paese, contro la rivoluzione permanente"... La Corte Suprema poi... pardon, Costituzionale, da cavalcare al pelo, sull'onda ( surf?) della Surfing Court!
Bello, bellissimo! Viva John Milius (regista fascista americano... fascista secondo i canoni hollywoodiani, ovvero di cartapesta!) e il suo immortale "mercoledì da leoni": usciranno dall'acqua almeno bagnati questi piddini? O il termoventilatore "caldobagno" li aspetta nel capanno?
AV
Vorrei utilizzare questo spazio per chiarire ad alcuni amici l'affare "Britannia".
Il 2 giugno del 1992 il panfilo della regina Elisabetta si palesò al largo di Civitavecchia, pieno di banchieri inglesi, che imbarcarono, a loro volta, banchieri ed esponenti dei "poteri forti" italioti: c'era anche Mario Draghi, allora alto funzionario del Tesoro, il quale tacque di quell'incontro, per ammetterlo solo due anni dopo, davanti a una commissione parlamentare d'inchiesta.
I banchieri inglesi erano venuti a "fare la spesa", ossia a comprarsi i gioielli dell'industria pubblica italiana, e per rendere economica la spesa, anche allora Standard & Poor's declassò il debito italiano.
Nello stesso periodo Soros lanciò l'attacco contro la lira, che portò alla sua svalutazione.
In lire svalutate lorsignori comprarono i gioielli dell'IRI... insomma, una strategia concertata.
Oggi, quando si parla di Britannia, si manda un messaggio a Draghi, lo svenditore dei tesori pubblici.
AV
Guazzaloca mi ricorda qualcosa, mentre Cofferati e Delbono non mi ricordano nulla...
(A la manière de Karl Kraus)
Antonello
Inoltre, è più facile che nascano tendenze suicidali per abuso d'immanenza che per frequentazioni trascendenti, anche minimaliste, come, per esempio, San Petronio collocato sotto le Due Torri (inaugurato con Foschini Porcellini che non rivolge lo sguardo a Garagnani Ti Mozzo Le Mani) con tette e tortellini al seguito, appena un po' più in là, fra il Diana e Via Altabella.
La Chiesa, peraltro, comprende più sicuramente la natura dei peccatori che la natura del peccato, per non parlare della natura del male, che non comprende più, avendo rinunciato, di fatto, alla Tradizione e a San Paolo (il leninista della Chiesa) per timore di incorrere in antisemitismo involontario, con tanto di "scheletri" nell'armadio e di "album di famiglia"... per cui, tutti con gli occhiali scuri, per vedere poco e senza colori vividi! Occhiali scuri che, un giorno, tanto tempo fa, Arbasino disse magnificamente che segnalavano o congiuntivite allergica o fascismo latente.
Mettiamo, nel caso, doverosamente, vista la città di cui parliamo, che si tratti di congiuntivite: "occhi rossi (e lagrimosi) eppur bisogna andar!"
Ma manco ce vedete! Addovai se'i occhi nun ce lai?
Antonello
Oggi, su dedefensa.org, hanno scritto che "la question n'est pas de savoir si la France VEUT, parce que la France EST. [...] La France est prisonnière de la liberté qui l'habite".
Qualcuno, a Bologna, credo inconsapevolmente (ma colpevolmente), pensava di essere a Parigi!
Qualcuno anche nel Pd!
Andrea Ventura
Un giorno Gianni Scalia mi disse che a Bologna non c'era né il proletariato, né il socialismo.
Questo è stato il dramma!
Bologna non ha mai voluto parlare di sé stessa, ma d'altro.
Città positivista, socialista riformista, di piccola borghesia, ovvero professionisti, poi i braccianti e gli operai inurbati nelle periferie, a fare da bastione politico inamovibile.
Cofferati, in questo puzzle, non ha interpretato nessun ruolo: un modello conflittuale-sindacale senza sindacalismo né operaio, né bracciantile, né delle professioni, senza agganci storici né al comunismo locale, nè alla Federterra o alla Fiom o al sindacalismo rivoluzionario o riformista, a Massarenti o Zanardi o Dozza o a qualsiasi cosa...
Così morirete tutti di nulla, felici e contenti di essere moderni e americani!
AV
Oh! Cazzo! Ventura, siamo rimasti soli! Che freddo! Dimmi dov'è la più vicina festa del tesseramento! Una Casa del Popolo qualunque!Il mitico circolo Leopardi! Sto morendo di gelo fuori e dentro.
Antonello
Antonello, non c'è più nulla, è finita!
Domani mattina all'alba, svegliati!
Corri fino all'edicola più vicina e compra "la Repubblica"... nostra Signora, nostra terra, nostro conforto, nostro orizzonte, nostra patria, nostro passaporto, nostra compagna...
E' tutto ciò che rimane.
Andrea
Fanghiglia a parte (un feltri-maccherone il cui condimento rococo non vale a dissimularne l'insipienza, per non parlare di indecenza)intriga il riferimento al destino mnemonico dei primi cittadini. E' probabile che Cofferati sia destinato a restare sospeso fra la rimozione e qualche fugace etichettatura. Prima ancora di ogni valutazione di merito è probabile che ciò abbia a che vedere con la stessa 'personalizzazione politica', cioè con la rilevanza attribuita agli attributi soggettivi in un'epoca orfana della 'narrazione politica' collettiva. Finita l'epopea del mito narrativo è naturale la conseguenza della prosopopea di corto raggio, occasionalmente celebrativa o (più spesso) adagiata nella chiacchera meschina, solo lievemente lenita da compassienevoli riabilitazioni post-mortem. [Solo Berlusconi sembra sfuggire alla regola, grazie all'iper-ventilatore mediatico e alla sua straordinaria capacità di trattare la sublimazione degli elementi fecali]. Situazione, comunque, replicabile per Vitali. Come per Guazzaloca [la stessa mitologia del 'demolitore del muro' ha presto stufato la destra medesima, per non parlare del comico contributo letterario offerto con l'auto-bio-agio-grafia della "Vita in salita"...]. In passato la grandezza personale dei Sindaci aveva la sua base granitica nel 'carisma d'ufficio', cioè nelle credenze mitiche incardinate alla grande narrazione politica [nella quale la mistica di partito e la mistica costituzionale-istituzionale facevano tutt'uno...]. Il culto della storia ingigantiva le personalità, mentre l'epoca successiva, tutta protesa alla ricerca di un carisma personale da surrogare a quello d'ufficio, le ha rimpicciolite nella misura in cui le portava in primo piano. Effetto inesorabile del 'ravvicinamento' visivo-percettivo, ovvero della perdita della 'distanza' (che, come nello straneamento teatrale, è cruciale nella funzionalità del carisma d'ufficio). Dozza fu il sindaco della liberazione. Zangheri e Fanti furono anch'essi beneficiati dall'onda lunga, malgrado, come nel caso di Fanti, il 'mandato corto'. Imbeni fu una figura di transizione. Uomo di partito di vecchia scuola, ma anche con una sua affabile popolarità - attributo, quest'ultimo, che nella sua facile levità già annunciava il passaggio di fase. Nella nuova condizione - è chiaro - la 'caduta' e la conseguente 'rimozione' (senza poter beneficiare neppure dell'incasellamento nel repertorio negativo delle 'vite parallele') sono tanto più rapsodiche quanto iperbolica è stata l'elevazione. E' il destino di Cofferati. E di tutto il resto della compagnia.
Venendo ad altro tema interessante, Scalia non doveva avere molta dimestichezza con il lato empirico della storia sociale. Sino alla metà dei settanta, a compimento di un ciclo iniziato nei '30, Bologna è stata una città operaia e industriale. Il Pci e le organizzazioni sociali ad esso incardinate ne sono stati l'interprete primaziale. Il modello consociativo era null'altro che il modello costituzionale applicato alla realtà locale (in una città, regione, sola). L'egemonia operaia (ex-rurale) era un fatto materiale, prima che politico. A partire dagli '80 il modello ha preso una inclinazione 'barocca', cioè neo-corporativa con rovesciamento del rapporto fra soggetto e predicato, cioè fra la politica e il sistema degli interessi. In questo contesto l'innovazione introdotta da Cofferati, e che io ho denominato 'conflittuale-negoziale', ha avuto caratteri fugaci, ma nondimeno interessanti per rivelare l'anatomia del sistema nella sua fase 'matura' (ovvero 'decadente'). Il tentativo sottostante era di restituire autonomia, quantomeno stilistica, alla sfera pubblico-politica, proprio in considerazione dei processi di frammentazione e bassa legittimazione di 'interessi' divenuti tali (ovvero più cetuali che di classe). Sarebbe stato intrigante vederne le conseguenze su un periodo più lungo, anche a costo di dover sopportare il carattere di Cofferati. Ma è andata in altro modo.
Grazie per "l'insipienza, la fanghiglia, l'indecenza maccheronica, il rococò alla Feltri": ogni fiore m'ispira pensieri diversi fra loro.
Il vostro "giardino di delizie" non produce in me nulla di meglio.
Andrea Ventura
E' talmente evidente che il nostro Sergio Gaetano desiderava bruciare ancora un po' d'incenso sull'altare di una passata stagione di sindaci comunisti sparsi per l'Italia negli anni settanta e ormai defunta, approfittando della notoria lucidità del popolo comunista felsineo!
Azzerare completamente il Pds/Pd locale, ormai esangue e traslato moribondo in una brutta, vecchia palazzina anni cinquanta di proprietà della Lega Coop, in Via della Beverara, poi dettare le regole del gioco e distribuire le carte.
Tutto, con zero contenuti, demagogia d'ordine e piglio autoritario: è questo il leggendario capo del popolo di sinistra, il Pilduski e il Doriot de noàntri (ovviamente, senza la loro grandezza) altroché "non ha fatto nulla che non fosse nella tradizione della sinistra"! Fosse possibile chiederlo al povero Achille Ardigò, che, a suo tempo, scrisse il programma di Dossetti ed era fra l'amareggiato e il furibondo con il nostro!
Ti sei riconosciuto per tante buone/cattive ragioni in lui e ti posso comprendere: ammesso che il Pci/Pds/Ds/Pd locale fosse Otello, tu sei stato il suo Jago! Non è bello... direbbe Gilberto Govi.
AV
"Je suis très jeune, Monsieur, et très ardent du désir d'écouter votre noble parole, et de vivre dans cette grande capitale, où, comme dit Heine, la penseé sur la vie social acquiert des pulsations inaccoutumeés".
Achille Loria a Marx il 14 settembre 1880
AV
Essendo passato del tempo questo è uno di quegli argomenti che si potrebbe affrontare in una maniera - diciamo così - un poco più 'riflessiva'. E' del tutto evidente che Cofferati venne a Bologna senza rinunciare a un qualche ruolo nazionale. Marciando su un doppio binario e forse illudendosi sull'elasticità della politica locale. La sinistra bolognese accolse Cofferati per quel che era, anch'essa illudendosi che questa (del doppio binario)fosse la via più breve per riguadagnare quel ruolo di 'vetrina' di cui si sentiva da tempo orfana. Non bisogna dimenticare che il 2004 fu preparato da imponenti mobilitazioni di taglio politico generale e che tale marchio fu evidentissimo nello scontro elettorale. Dopo aver sperimentato il minimalismo delirante di Guazzaloca, i bolognesi volevano un leader politico nazionale. Appena salito al soglio Cofferati si sentì letteralmente accerchiato da ogni genere di premure: tutti che volevano dar consigli, essere riconosciuti nel loro valore, stimati. Tutti che davano vita a comitati, circoli, associazioni nella speranza di trovare un interlocutore nella nuova amministrazione. E soprattutto desiderosi di entrare nelle grazie consulenziali di uno 'straniero' di così alto lignaggio. Volevano essere ri-amati, cioè anche affettivamente risarciti per la prostrazione morale vissuta dalla metà dei '90. Dietro tutti costoro, inoltre, si sentiva, e fin da subito, la pressione dei gruppi appartenenti al ceto politico - di vario ordine e grado. La 'larga coalizione' chiedeva fossero staccati tutti i tagliandi delle molteplici aspettative. Cofferati si sentì tosto stressato da così pressanti e avvinghianti aspettative e reagì tagliando cordoni a più non posso (probabilmente in eccesso, come nel caso del rimpianto Ardigò). Con tanto maggior vigore, quanto più era contemporaneamente stressato dalle vicende personali che correvano di bocca in bocca. Cofferati conosceva benissimo la situazione di Bologna: le liti, le fratture, la lotta intestina nella sinistra. Come ha raccontato anche Zani (presente ad alcuni fatti) egli volle venire a Bologna (non vi fu per nulla 'inviato') pure avendo in larga disistima la sua classe politica. Nello stesso tempo, guardata da Bologna, la sua candidatura veniva a fagiolo. La gente voleva un 'briscolone' e nessuno dei candidabili locali aveva la benchè minima possibilità di unificare un fronte ancora corroso da innumerevoli ruggini (Zani compreso). A torto o a ragione tutti pensavano che in campo ci fossero solo scartini. I Ds, inoltre, avrebbero dovuto passare la mano ai Dl prodiani, come già era balenato nel '99. Ipotesi comunque politicamente azzardata da giocare nel confronto elettorale.
Guardando le cose sotto questa prospettiva, e tralasciando molti capitoli di una storia che sarebbe troppo lunga e particolareggiata da narrare, si può concludere che il meteoritico passaggio cofferatiano è stato, in fondo, un efficace setaccio di una transizione che doveva essere compiuta e che non poteva risolversi nella piccicolla della storia locale. Nascendo il Pd la mano alla fine è potuta passare a Delbono senza traumi. Ne è comprova il fatto che dopo la sua dipartita, cofferatiani e anti-cofferatiani, hanno potuto rifare coalizione con relativa tranquillità. A quel che si vede il mandato Cofferati non sembra aver residuato gravi danni. A parte le schiene orfane di carezze. I danni che si vedono, sono semmai da imputarsi agli effetti di lungo periodo lasciati dai casini della giunta Guazzaloca. Non sarebbe perciò il caso di sedare certi ardori ?
Achille Loria, pensatore interessante, con Labriola e Graziadei. Il suo limite era di vedere il capitalismo non come un 'sistema' (che riproducendosi in modo allargato si auto-legittima attraverso le forze produttive) ma come pura predazione. Una visione in chiave signorile del rapporto di capitale. Di qui il suo esclusivo interesse per la rendita fondiaria. Una sua rilettura sarebbe utile anche per chi, come Zani, propone una lettura tutta soggettivistica della 'globalizzazione'. Tuttavia, bisogna dire, anche Marx cadde alla fine nel limite che vituperava nei proto-socialisti. Come ha splendidamente dimostrato Napoleoni: un Bataille molto più sobrio ed armato di una capacità di lettura straordinariamente penetrante del pensiero economico.
Loria (e molti altri) aveva visto la linea di galleggiamento del "Britannia"...
AV
Guazzaloca, uomo accorto, temeva l'ira del Pds: fu minimalista per questo.
Non voleva infastidire il "partito più partito degli altri", vendicativo: da bolognese, sapeva bene di essere un cittadino "sovietico" e faceva continuamente professioni di antifascismo (il repubblichino cattivo che butta per terra la bottiglia di latte della mamma, che è pari all'ex "fascismo" di Fini, che voleva vedere la proiezione di "Beretti Verdi" all'Ambasciatori ma non fu fatto entrare dai "compagni" che presidiavano l'entrata) di stima per Dozza, per il socialismo riformista, per La Malfa suo idolo (buono, quello!).
Nazario Sauro Onofri, d'altronde, ti potrebbe confermare il minimalismo di Zanardi!
Tutti, a Bologna, sanno che bisogna dissimulare.
Io, che sono matto e non ho nulla da perdere, posso fregarmene.
Andrea Ventura
Tu, caro Andrea, non sei 'matto'. Però sono sicuro che le circostanze della vita (quella penombra forzata che è il destino di molti incompresi o anche troppo compresi, me compreso) ti hanno sospinto ad acconciarti a un certo stile professionale. Propenderei per identificare questa passione nel 'sommergibilista', meglio nel lanciatore di missili subacquei. Alla ricerca di prede da azzannare/inabissare a pelo d'acqua, come un alligatore, o alle quali infilare una supposta in quel posto ad effetto ritardato. Di qui l'ossessione del Britannia come di ogni altro sotterfugio capace di semplificare la complessità della storia. Io da piccolo non ricordo cosa volevo fare (forse nulla). Da adolescente volevo fare il pittore. Alla fine mi sono ritrovato sociologico per mancanza di altra etichettatura deontologicamente (ed accademicamente)certificata (come il camionista, il gruista, il matematico, il dentista, il filosofo ecc. ecc.). Tu che cosa volevi fare da piccolo ?
Mio padre era un operaio delle ferrovie: io volevo fare il macchinista, il signore delle locomotive.
Infatti, mi trovai benissimo con l'iconografia del realismo socialista, sia sovietica che cinese.
Sei bravissimo e intelligentissimo: sei il comunista più adorabile che abbia conosciuto.
Sei il mio "doppio" rimasto lì, a fare il quasi bravo ragazzo.
(Poi, nell'età ormai adulta e fino ad oggi, il mio mito fu Markus "Misha" Wolf: un'ambizione da ridere, alla mia portata!)
AV
Mi sono sempre visto - da adolescente - come un ufficiale dell'Armata Rossa, con lo splendido berretto a imbuto rovesciato disegnato e voluto da Trotsky, in attesa dell'Armageddon con le forze del male dell'imperialismo; poi, con il riflusso e il successivo disincanto, come una sentinella jungeriana ai confini del nulla, poi, ancora, come un esule in patria alla fine di un conflitto, forse immaginario.
Certamente Pasolini (non tutto!) e l'ebraismo convogliato da Ceronetti mi hanno segnato molto: in particolare "La religione del mio tempo" e "Qoélet".
Naturalmente, la lettura e l'amore per Paul Rassinier, per Bernanos, per gli spadaccini del collaborazionismo francese (Lucien Rebatet, Pierre-Antoine Cousteau, Maurice Bardèche) il revisionismo del Partito Operaio Belga e del suo leader Henri de Man e... l'11 settembre hanno stravolto tutto come una notte in una casa dell'oppio.
Devo aggiungere anche i due, tre autori forse più importanti in assoluto: Salamov, l'ultimo Solgenitsin e Drumont.
Ora sono quello che leggi, nel bene e nel male.
Andrea Ventura
"Tu, caro Andrea, non sei matto", mi è piaciuta moltissimo: fa riecheggiare un ricordo dell'infanzia paleo-televisiva. "Tu non sei matto, sei solo nero". La Mira Lanza, invece, con Calimero, alla voce fuori campo, faceva dire:"Tu non sei sporco, sei solo nero"... che bello, quando non c'era il politicamente corretto/corrotto/che corrompe (la percezione)!
"It un matt???" me lo gridò invece un assistente di laboratorio, a scuola, perché,annoiato, avevo tracciato la A cerchiata di "Anarchia" sul muro, con la vernice nera, come avrei potuto in un film francese di Jean Vigo. Fui costretto a cancellarla con il diluente ma senza ulteriori conseguenze.
AV
Io, ancora giovane, volevo fare il giornalista per "Libération" e avevo il mito di Tiziano Terzani.
Antonello
Calimero e Fanon con i suoi dannati della terra, sino a Terzani. Che ci sia una relazione, non meramente sincronica nella socializzazione primaria, fra Carosello e il misticismo rivoluzionario e terzomondista ? Non è forse Calimero il prototipo plausibile dell'infanzia di una generazione che si è immaginata come 'rivoluzionaria' ? [donde, nell'inevitabile rimambimento senile, un ritorno a quella primitiva condizione esistenziale ?]
Non credo.
Ci sentivamo tutti bellissimi: i negri li si voleva liberare per farli diventare felicemente socialisti, non più belli!
La stagione esistenzialista era finita da un pezzo!
Calimero, paradossalmente, è all'origine del buonismo: infatti non è un segno di contraddizione ma di ritorno al candido, quindi attento a non rompere più nulla e a non essere più "contraddizione". Non c'è nessun incantesimo: infatti la Mira Lanza supponova risolvibile la brutta avventura con una buona dose di detersivo.
"Carosello", piuttosto, è forse all'origine del mio acquisto precoce di "Le Monde": "Carosello", con i suoi siparietti, alludeva a tante finestrelle sul mondo, che poi trovarono molte approssimazioni successive: la rivista erede del Cominform ("Nuova rivista internazionale") ancora pubblicata dagli Editori Riuniti nei primi Settanta, ma negletta, "Vento dell'Est", "The Monthly Review", "Pekin Information" (presente anche in un film di Godard), "Quaderni Piacentini", "Ombre Rosse", "Filmcritica", "Cinema Nuovo", "Rinascita" (per lunghi anni).
Il fatto poi che mio padre, quando ancora ero bambino, si sintonizzasse con le onde corte su "Radio Mosca" e, per la festa dell'Unità del paese, - Macondo! - costruisse una bellissima fontana con il mappamondo girevole azionato dall'acqua, che trascinava all'altezza dell'equatore stupendi sputnik di cartapesta letteralmente sospesi nell'aria, per glorificare la grandezza anche "spaziale" dell'Urss... questo è stato molto importante ma singolarissimo. Fu un grande regalo, assieme alla pesca.
Non credo che ci sia un ritorno di format, per quanto riguarda "Calimero", ma una confusione generalizzata nella lettura del mondo e un'obiettiva, difficile, leggibilità del medesimo, stando solo "a sinistra": le visioni devono essere bioculari, almeno ad una certa età, perché il cervello interpreta meglio degli occhi. Peraltro, se è vero che ci si vede peggio, è anche per incredulità di ciò che si vede, di scarsa sicurezza in sé stessi, scarsa capacità ermeneutica, cocciutaggine nel voler salvare antichi patrimoni consunti... e scarso patrimonio cerebrale, non risolvibile con furibonde letture di ciò che passa l'industria culturale.
All'origine del mio impegno ci fu l'incanto per il tragico mondo dei miei genitori e la promessa che quel bel colore rosso e oro della bandiera proletaria pareva voler mantenere... "mantenere" in senso escatologico.
Per quello che mi riguarda, non ci può essere ritorno, perché, come Cortés, ho bruciato i vascelli: ne tenni solo alcuni da mostrare, a suo tempo, all'analista.
Mi dispiace di avere aderito al pensiero neocon per alcuni anni, approfondendo molto la conoscenza di costoro ed entrando nella visione del mondo di Giuliano Ferrara: mi sono comunque risollevato, sempre con le mie sole mani!
AV
Ti sono molto grato dell'opportunità che mi dai di poter scrivere su qualcosa che è legato indelebilmente alla mia infanzia, alla mia adolescenza, alla mia giovinezza, alla mia vita.
Da alcuni anni ho pronto un lavoretto che sarebbe andato bene per il tuo libro sulla "generazione che non toccò il cielo".
Pazienza!
Andrea Ventura
Voglio farti i complimenti per il bel saggio tuo ("I fantasmi e le vite degli altri") che è un terzo del libro che ho citato sopra, e che lo chiude: è da mezzogiorno che l'ho sott'occhio e ho voluto leggerlo interamente.
E' una storia molto triste, dove io non potrei esserci in nessun modo. Ho sbagliato a pensare di potervi entrare, in quanto appartengo a coloro (ce ne sono?) che, pur giovani,(vent'anni!) il Pci lo abbandonarono prima del '77 per mai più prenderlo nemmeno in considerazione e neppure votarlo.
AV
Grazie per i complimenti, della sincerità dei quali, siccome ci tengo, non ho ragione di dubitare. Quanto al Pci non sarei così sicuro che lo zuccherificio fantasma non continui a ruminare barbabietole. C'è chi ne è uscito nella bara, chi c'è transitato leggero come una piuma, e chi è rimasto sotto le macerie. In fondo solo i defunti sono al riparo dalle apparizioni fantasmatiche. Lo stesso trunk che hai la premura di certificare potrebbe alludere a rimozioni ricche di materia psichica....
Quanto meno, ho capito il senso di una parte del pensiero maoista: quello della "campagna" che assedia la "città".
Per quanto riguarda invece l'invito a fare fuoco sul "quartier generale", sei tu che l'hai interpretato, associandoti a Cofferati.
Ora mi è chiaro!
Sesto e Uniti nella lotta!
Se i tuoi avversari "cittadini" leggessero il tuo lancinante libro, capirebbero il compagno Jago.
AV
Io non ho più avversari. Ne è prova il fatto che alcuno di coloro che potrebbero esserlo si occupa di me. Ormai, diciamo così, la pratica è finita in cavalleria. Sulla campagna che assedia la città... Attento ! Nelle biografie della pianura c'è un doppio movimento storico: prima la campagna assedia la città, quindi vi si trasferisce, svuotandosi. In un secondo tempo è la città che irrompe in questo spazio vuoto, mescolandosi con quel che rimane. Il Pci berlingueriano dei '70 è il compimento di questo ri-mescolamento: una sintesi spettacolare e irreplicabile di perfetto equilibrio centro-periferia. Ma qui c'è lo spunto per una più generale digressione (non ci crederai !)...sulle primarie del Pd. Prima di partire, forse oggi stesso, metterò qualcosa sulla home page di Quarantena.
D'accordo, ma vale per ogni città della grande pianura, da Cremona alle città della Romagna: il Pci non c'entra, a mio modesto avviso.
E' stata la fine di quel mondo tanto amato da Pasolini e che io non ho affatto amato, pur amando Pasolini.
Insomma, hai fatto una bella cosa con questo libro, perché tutto scompare nel nulla e nell'oblio. In tutti i casi il Pci fu una formidabile agenzia di promozione sociale che funzionò bene nella Bassa, per motivi che hai ben descritto, anche se non possedeva - il partito - nessun anticorpo per il diluvio antropologico che seguì e pensò di governare il grande mutamento con la cooptazione dei giovani che passavano nelle vicinanze. Io rifiutai l'invito di Lino Borgatti di accettare di essere cooptato negli organi dirigenti locali della Fgci, lo ritenevo un metodo disgustoso (il gruppo dirigente avrebbe dovuto presentare le dimissioni, poi, a liste aperte e implementabili, votare)... avevo quindici anni!... e me ne andai (a diciannove/venti) perché fui offeso molto da ciò che mi fu riferito da un povero scomparso - Roberto Ragazzi, dirigente Usl Città di Bologna, che proveniva da PotOp e si accasò meravigliosamente bene nel Pci, ma disprezzato da Lino, che di uomini se ne intendeva! - che mi disse (pensa te!) che un "compagno funzionario", di me avrebbe sibilato:"gente come quella è meglio perderla che trovarla". Quell'uomo è Levorato, il presidente della Manutencoop, ed io mi ero solo arrabbiato, in Piazza Maggiore, perché il servizio d'ordine del partito aveva cacciato in malo modo quelli di Aldo Brandirali che contestavano: era la primavera inoltrata del 1974.
Comunque, leggendo il tuo libro, assieme alla corrispondenza di Marx e Engels con italiani, si ricavano cose interessanti.
All'origine del movimento socialista non vi era la minima solidarietà fra aderenti a questa corrente molto repressa dalle autorità.
Mi sono riconosciuto in Pasquele Martignetti, modesto impiegato all'archivio notarile di Benevento e traduttore di Engels: quando fu colpito da rappresaglia giudiziaria, nessuno lo aiutò, solo e disperato, con moglie e due figli piccoli. Solo Engels gli fece avere un po' di denaro e qualche consiglio.
Idee e corpi che soffrono avviluppandosi, ma nel silenzio dei "compagni"!
Buon viaggio e buona permanenza a te e famiglia.
Andrea Ventura
Caro Andrea mi sembra che qui parli il 'piccolo Andrea': un moralista con il ditino puntato e troppo pieno di sè per avere un'idea men che generica di chi gli sta attorno. Il 'partito materiale' è comunque un consesso di uomini e la solidarietà di fatto, come del resto avviene in ognuno rispetto a sè medesimo, deve comunque scontare la loro insocievole finitezza. Se l'analista vuole davvero essere oggettivo deve avere una qualche forma di empatia per gli uomini. Tanto quanto deve essere duro con sè stesso. Comprendere prima di giudicare (del resto un giudizio senza comprensione è una contraddizione in termini, un pre-giudizio, appunto....). E' da qui che origina l'interesse per le 'vite degli altri' e per idee anche molto diverse dalle nostre (ivi comprese quelle che si decide di combattere...)
Ho capito solo che mi bacchetti sulle dita per avere allungato troppo la mano sull'altare rosso. Sul "troppo pieno di me" non hai i titoli tu, piccolo pontefice, esegeta e teologo di questa piccola cosa nebbiosa e umida e viscida chiamata "comunismo emiliano", con il tuo morchioso rosario di dati e sociologia del "formaggino milkana mio".
Sono un moralista con morale e sono meno generico di Pasolini: la lettura trentennale di "Repubblica" vi ha assuefatti al moralismo senza morale, che si è meravigliosamente coniugato, ingravidandolo, con il cinismo, la menzogna e la ferocia comunista.
Sarai fiero di essere il cantore di questa meraviglia!
AV
Cazzo sei un vulcano. E' bellissimo stimolarti. Raggiungi vette che neanche Gattei.. Comunque grazie: il piccolo pontefice con il formaggino milkana mi ha fatto ridere per mezz'ora...
Che peccato... tenere questa bella discussione in un blog "di nicchia". Sarebbe bello riprodurla, in città, per il piacere di tutti.
Diego
Grazie, Diego, anche a nome del piccolo e malmostoso "pontefice rosso" della Bassa, attualmente in Texas e Alabama alla ricerca di sé stesso e di un ideale ampliamento della Padania verso Ovest (io avrei preferito verso Est).
Credo che il blog sia meglio che rimanga di nicchia: non si sa mai dove potrei giungere in un conato di vomito!
AV
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