29 gennaio 2010
Prepariamoci
Prepariamoci. Ci fosse una catena di comando capace di farsi valere il 'candidato' sarebbe portato in pompa davanti alle truppe. Con l'adrenalina dello 'stato d'eccezione' a mille. La catena, come ovvio, non c'è. Ma soprattutto il Pd è intrinsecamente alieno a questa eventualità. Già i Ds ebbero qualche difficoltà ad adottare una condotta schmitiana. Il 'commissario' Zani, dopo il '99, rese il servizio dopo qualche mese. Giusto per elaborare il lutto. Primum vivere deinde philosophare poteva permetterselo il Psi di Craxi: un partito di maggiorenti sulla soglia dell'estinzione, dove i baroni non avevano altra via che affidarsi a un quasi 'dittatore' cunctator. Il Pd è altra cosa. Una melassa di aspirazioni di ogni ordine e tipo, buone e cattive, di ceto politico e di aspiranti dilettanti, di militanti e (molti di più) opinionisti, con una psiche schizoide: soavemente leggera e anche troppo pesante... Il Pd non è un sistema, bensì un ambiente. Il quale per definizione 'evolve' (o implode). Comunque senza altra guida che la sua dinamica spontanea. Perciò scordiamoci lo stato d'eccezione. Una più prosaica urgenza basta e avanza. Se di primarie il Pd è nato, di primarie continuerà a vivere (o perire). Inesorabilmente, si faranno primarie. Nelle quali sarà difficile che il gruppo dirigente maggioritario, o ciò che ne resta, guidi il voto. Anche ne fosse in condizione, la Puglia docet. Sarebbe il modo migliore per elevare l'outsider. Perciò saranno necessariamente 'aperte', ancorchè di coalizione. Per la gioia di Arturo Parisi. In molti alzeranno la mano, e via col tango. Cevenini c'è, avanti il resto. E chi più ne ha più ne metta. Primum partecipare. Philosophare, mai, aut semper (che poi è la stessa cosa).
INVITO
Iniziativa il 13 Maggio a Bologna,
Circolo Spartaco, ore 20,30
INVITO
Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.
Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:
nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);
Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per
attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società
Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!
Come raggiungerci: consulta la mappa
Circolo Spartaco, ore 20,30
INVITO
Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.
Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:
nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);
Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per
attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società
Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!
Come raggiungerci: consulta la mappa
Una lettera a Piero Fassino su Gaza - Di Tommaso Gennari
Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera inviata dall'amico Tommaso Gennari a Piero Fassino.
Gentile Piero Fassino,
Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.
Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.
Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.
Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.
Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.
Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.
Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.
Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.
Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.
Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.
A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.
Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.
Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.
Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.
Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.
La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,
Tommaso Gennari
Scrivi al blog per commentare questa lettera
Gentile Piero Fassino,
Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.
Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.
Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.
Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.
Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.
Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.
Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.
Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.
Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.
Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.
A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.
Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.
Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.
Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.
Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.
La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,
Tommaso Gennari
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Società rotonda, anzi rotatoria
di Ilvo Diamanti
Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.
("La Repubblica", 23 gennaio 2009)
Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.
("La Repubblica", 23 gennaio 2009)

18 commenti:
"Terlingua, le primarie, Key West, Cevenini, Schmitt, Craxi il "cuncator" (neorumeno!), l'immancabile, amatissimo, bramato Zani (slurp, slurp), la Puglia, Parigi, Parisi, il tango, il latinorum, l'elaborazione del lutto, del letto... aaaah! Rischio l'orgasmo multiplo prematuro!!! Ci sarà anche qualche salatino?"
(Pericoli & Pirella, Tutti da Fulvia sabato sera)
Heilà,Ventura ace l'uticense, sei vivo allora. Ultimo Tango a Parisi Oppure ultimo tango a Zagarol. Se tangar ti garba, tanga !
Se il Pd vuole essere credibile deve pagare un prezzo più alto.
Moruzzi e Vandelli devono andarsene.
Errani ha fatto male a smarcarsi senza chiederne la testa.
Azzerare il Cup... questa è la consegna.
Poi, imporre senza primarie Arturo Parisi.
In quanto alla mia salute, non pare che te ne importi molto.
Con l'impegno che io e MA abbiamo profuso, nemmeno una cartolina mi hai inviato!
Il narcisismo è una grave malattia che percorre la psicoanalisi da Freud al DSM IV.
I rapporti affettivi sono la cosa più importante... il resto può attendere.
AV
Vedremo domani Consorte a Milano dimostrare quanta pochezza e inaffidabilità abbia nutrito e nutra tuttora il ceto politico ex-Pci e Pds: D'Alema e Fassino soprattutto.
Ne sei consapevole?
"Ho sbagliato su Delbono ma io ho ereditato l'autorità morale rimasta del riformismo socialita che caratterizza la storia di questa regione dopo la fine del Partito comunista e del cosiddetto modello emiliano. E' per questo che ho il dovere, assieme al presidente Errani, di gettare sul tavolo della politica bolognese il nome di un uomo di assoluto prestigio: Arturo Parisi".
Questa dovrebbe essere la conferenza stampa di Prodi se tenesse veramente Bologna nei suoi pensieri, senza più giochetti di sponda.
Però non lo farà, ne sono certo.
E il Pd perderà! A me va bene, peraltro... anzi, caldeggio!
AV
Perdono, caro amico fustigatore. Però devo confessarti di non avere mai spedito una cartolina in alcuno dei miei viaggi. Dovrebbe esser sufficiente il pensiero che t'ho pensato/postato. E comunque con la Mariangiola non mi sembra che soffriste tanto. anzi tangavate ch'era un piacere da vedere. Quanto a Parisi, poi, figuriamoci se non mi garba (siamo stati anche amici, e la stima è rimasta al netto di qualsivoglia castroneria a suo carico). Il circolo Sardegna sventolerebbe i quattro mori in preda all'orgasmo. Dopo modena, Rimini, Cremona e Mantova, anche Sassari avrebbe la sua parte. Che poi, tra l'altro, Arturo credo sia napoletano, passato in Sardegna al seguito del padre militare di carriera. C'è un'unica cosa, comunque, che non si può chiederea Parisi: d'essere candidato senza primarie. Perciò il film che hai immaginato, con Prodi che tira fuori lo spadone e lo mette sulle spalle di Arturo, è una contraddizione - come direi nel mio latinorum - in adjecto.
Anche questa volta hai sorvolato su tutto ciò che ho detto "prima" per giungere velocemente all'orgasmo immaginario assieme ai sardi: e pensare che Cofferati - il tuo ex-cavallo - ha parlato molto chiaramente del sistema di potere comunista emiliano-romagnolo.
Bisogna che il Pd paghi un prezzo visibile sacrificando Moruzzi, prima di tutto e prima di Parisi: che permetta al Carlino di orchestrare una bella campagna sul sistema di potere emiliano-romagnolo e al Pd di far vedere che se ne rende conto e che paga in contanti. Questo è il punto.
Dopo: Parisi imposto schmittianamente, come piace a te e a me, che non sono di sinistra (ci tengo!)
La cagata delle primarie rispeditela al Botteghino.
AV
ogni sistema basato sul consenso è anche un sistema di potere (mentre non è necessariamente vero il contrario). Cofferati fu espulso, alla fine, anche per la sua scarsa riducibilità al sistema locale, basato più che sul consenso: sul consensualismo, appunto, ovvero sul consociativismo. Sistema difeso a spada tratta, per l'occorrenza, da quasi tutti coloro che adesso ciarlano dopo aver zirlato, ivi compresa la 'benedetta' società degli intelligenti che orrebbe recarsi in corteo da Prodi (al seguito di Balzanelli). In un sistema consensuale, beninteso, si conciliano convenienze. Non necssariamente coincide col malaffare. Peciò Cofferati, che ha ragione, avrebbe dovuto misurare meglio le parole. Moruzzi, poi,ha scalato il Cup tutto da solo, basandosi sulla sua indubbia intelligenza circa ciò che ha contribuito attivamente a creare. Per quanto lo conosco (e lo conosco) non è un cretino e ha spesso idee brillanti. Perciò, per quanto mi riguarda, non appartiene alla schiera di coloro di cui chiedere la testa. Resta il fatto che abortita la 'restaurazione' affidata a Delbono, tutto ciò che si vorrebbe mettere insieme oggi è (come già nel '99) un sistema consensuale emancipato dal Pd (Pci-Pds-Ds). Guidato dal Carlino, dal Pdl, o qualche diavoleria civica, non fa differenza. Transitando dagli affari al malaffare. Quello vero, mica la cresta sul rimborso spese. Di andare a puttane a tutti costoro frega il giusto e della zelante magistratura, poi, men he meno.
La retorica su "sinistra" e "destra" è finita, rendetevene conto. Era semplice e l'avete cavalcata fino a sfiancarla e a sfiancarci, ma è finita, grazie a Dio! Berlusconi stesso, approfittando della vostra dabbenaggine, l'ha cavalcata a costo zero (e ha fatto bene, per la teoria e la pratica economica del maggior profitto con il minore esborso energetico). Vince chi paga un prezzo reale (Moruzzi, nel nostro/ vostro caso)... e bisogna farlo vedere chiaro agli elettori: questa è la forza!
La forza di pagare!
Poi prevarrà chi parlerà per l'interesse cittadino e non dei propri uomini: interesse che riguarda tutti (e interesse nazionale, che riguarda, anch'esso, tutti!).
La sinistra, finora, è stata tutt'altro e, paradossalmente, il Pci (e il Psi) era molto più attento all'interesse nazionale dell'Italia e della città che fu il suo simbolo: era molto meno interessato a salvaguardare i proprio uomini, che potevano essere sacrificati, giustamente, sull'altare del Paese e del Partito (senza affidarli alla magistratura, bella ipocrisia e bella stronzata!) Era giusto così. Mauro Zani ha torto sul Pd: non è una questione di "sinistra" o "destra" ma di onestà intellettuale nel voler servire il Paese e la città. Se il Pd non fosse il partito che è, ovvero il partito degli americani, della grande finanza, dei poteri forti e, più in generale, del sistema, come avremmo detto trent'anni fa (altro che Dc!), potrebbe candidarsi a parlare onestamente di Bologna e dell'Italia... Quando ero vicino al Psi craxiano scrissi sulla "Squilla" che la novità era un partito di sinistra che parlava di nazione e che si rivolgeva a tutti i ceti e a tutte le classi in nome dell'interesse nazionale: era il 1983.
Ovviamente il Partito socialista di Craxi aveva il ceto più inadeguato che fosse possibile immaginare per sopportare il peso dello sforzo imposto dal suo segretario...
E' tutt'ora valido però il pensiero rivolto alla città e alla nazione, sempre più valido, ultima retorica spendibile, se pagata a caro prezzo! Ma bisogna essere disponibili a pa-ga-re!
Vedete voi...
AV
Ero all'Osservatorio epidemiologico nella seconda metà degli Ottanta: ho conosciuto anch'io Moruzzi... insostenibile, come i suoi collaboratori! Vende software sanitario e la sua intuizione è stata questa: arrivare prima degli altri e venderlo con la targa "Regione Emilia-Romagna". Lasciamo perdere l'incontro con il vecchio Ardigò, che ha portato il Moruzzi dal diploma di perito industriale Itis a professore a Urbino e a Bologna (e potrei anche essere ammirato per la determinazione e la caparbietà: l'università in Urss era piena di casi simili, cioè di operai che si laureavano con i corsi serali); a potere fregiarsi di dott. e prof. come fanno anche i dietologi con laurea conseguita in Spagna o in Lituania e a sproloquiare di Vattimo, di pensiero debole, di Habermas, di Luhmann, nel trigesimo della morte di Achille Ardigò.
Ma vi rendete conto?
Moruzzi, il capo dell'Unipol, il capo di Manutencoop, Claudio Sassi, il sindaco di Budrio, Sangalli (ex-Manifesto), l'ex della Granarolo e la galassia opportunista dei Benecchi e Co. è tutto quello che mostrerete al Padreterno il giorno del giudizio!
Lasciamo perdere, per cortesia!
Con questi pensate di mettere assieme e di stilare un discorso adeguato Urbi et Orbi?
No, ovviamente... e infatti i prodiani vi hanno esautorato, giustamente, direbbe Zani.
Ma cos'è il prodismo se non la scuola per camerieri di Goldman Sachs con la doppia morale da "cattolici adulti"?
E qui ritorniamo, come nel gioco dell'oca, all'inizio, alle ragioni che hanno portato alla fine della sinistra, ma non è il caso...
AV
Il discorso sta quasi in piedi. I parvenu portati a galla dal vortice politico-sociale. La nuova borghesia 'rosa'. Classi dirigenti diventate 'ceto'. Voltando le spalle al popolo. E alle stesse umili origini. Sgomitando nella borghesia cittadina. E che per questo, giustappunto, li odia. Come intrusi. Privi di quarti di nobiltà. Con la politica alle spalle, anzichè il gruzzolo di famiglia. A parte l'accatastamento di esempi incongrui (l'onesto sindaco di Budrio, Castelli, era un funzionario che si è alternato alla guida degli autobus e il suo reddito è anni luce da Sita, Sangalli, Levorato e altri; Benecchi è un alacre organizzatore di engineering sociale; Sassi dopo il Cab e Grizzana si è arrabattato con Guazzaloca....)già questa considerazione dovrebbe indurre a giudizi sociologicamente più attenti. Non banalmente moralistici. Senza i quali restiamo nel pressapoco e nel polverone esistenziale. Inoltre l'interesse 'nazionale' patrocinato dal Pci era assai diverso da quello del Psi (da te teorizzato sulle pagine della 'Squilla'). Per il Pci esso corrispondeva all'idea crociano-gentiliana della 'classe che si fa stato'. Era lo sbocco, in termini di egemonia e 'autonomia del politico', della centralità operaia. Per i socialisti la 'nazione' era poco più (forse meno) del 'made in Italy'. Impugnato come marketing da una piccola borghesia provinciale di estrazione impiegatizia. L'Italia costituzionale/Bologna-città, in un caso. 'Made in Italy'/Milano da bere, nell'altro. Non te n'eri accorto ai tempi della Squilla ? Peraltro avendo conosciuto da vicino il mondo-Psi non ti dovrebbe essere difficile rintracciare più di una somiglianza con il mondo-Pd. Infine se è vero che la retorica destra/sinistra ha rotto le balle, è anche vero che le buone ragioni della sinistra restano attive. Prima o poi torneranno fuori, e troveranno interpreti adeguati.
Guarda che sono in gran parte d'accordo con te, anche sull'affastellamento che volutamente ho fatto fra la bella faccia (dico sul serio) di Castelli e altri volti. Sangalli, per esempio, ha una bella faccia simpatica e anche Sassi, che abitava fuori Lame - il mio quartiere di provenienza - non mi sta antipatico come, invece, un Moruzzi, un Levorato o un Benecchi.
Gli aggressivi, vedi, hanno fatto carriera vera: Moruzzi, Levorato.
Io non ho mai fatto il moralista.
C'è una ragione per quasi tutto.
Sono d'accordo con le tue affermazioni sul Pci e sul Psi: infatti, similmente a Giuliano Ferrara, ero affascinato da Craxi ma non dai craxiani.
Le ragioni della sinistra non sono in grado di individuarle se non in negativo e di questo ti chiedo scusa (visto che questo è un sito di sinistra): a me bastano le ragioni del mio Paese e della mia città.
Città e Nazione sono il sedimentato di storia, di conflitti, di guerre e anche di benessere conquistato con il duro lavoro di operai e di borghesi.
Per cui mi va bene anche Prodi, seppure il mio apprezzamento sul tecnocrate al servizio degli anglosassoni e sul politico modesto che è stato resti negativo.
Prodi avrà un'idea modesta di tutto e l'autorevolezza per imporsi senza sforzo nel vuoto cittadino. Avanti!
(Parlavi di primarie, non è vero? Andiamo!...)
Il polverone esistenziale è stata la precondizione da te richiesta per partecipare a questo blog.
Fino ad un certo punto - diciamo la metà dei Settanta - quello che era bene per il Paese era bene per il Psi, poi cambiò giustamente musica, con Craxi... però ognuno fa la guerra con i soldati che ha!
Il Craxi di Sigonella e che aiuta il popolo palestinese, è il mio ricordo più bello del leader.
Le ragioni della sinistra confinano da molto tempo con altre ragioni che sento ostili... ma non voglio approfondire qui.
Se il popolo non esiste più è chiaro che ci sono i ceti, non in senso sociale, portatori di valori o visioni diverse, ma come distinzione per capacità di spesa.
Sulla borghesia cittadina si potrebbe parlare a lungo ma certamente ha trovato il suo ambiente adeguato anche in città grazie al progetto neoborghese di "Repubblica-Espresso": quest'epoca bolognese e italiana è il suo periodo magico, guastato solo dalla catastrofe economica mondiale ormai evidente e dall'insuccesso altrettanto evidente della sua creatura, ovvero il Pd.
Sono convinto che non ci si potesse fare quasi nulla se non mantenere un nucleo ben formato di dirigenti politici all'altezza del corso inevitabile delle cose, ma non è andata così.
La Forgia era predisposto, per formazione culturale, a salutare l'allegra brigata di ignoranti difficilmente tollerabile e Zani propende per i pesci che pesca: bisogna pasturarlo adeguatamente superando la malmostosità e la mancanza di reale approfondimento dei temi che pure tratta. Punto.
E' inutile che tu vada alla ricerca di onesti lavoratori (Vitali) per governare l'oceanizzazione del nostro Reno! Certo che vanno bene, come i pesci rossi nella boule in mano ad Imbeni in un famoso manifesto "Due Torri" nell'ultima sua campagna elettorale: triste, malinconico, con l'aria ebete, come Fini che ascolta Wiesel.
Se ci fossimo incontrati alcuni decenni fa, avremmo potuto fare delbono a Bologna! Oggi sarei un ottimo funzionario di partito: che parla ma non dice, che pensa ma non si espone, che partecipa ma aspetta il suo turno... altro che Caronna!
Lusingato dall'incipit.
AV
Se Errani parla dell'eventuale candidatura Prodi come "atto d'amore" e la Garavaglia come "atto risolutivo", ti faccio la domanda: chi usa il linguaggio più adeguato e semanticamente più consono a ciò che sta succedendo? Il vecchio comunista o la vecchia democristiana? Ruoli invertiti forse?
Poi, ribadisco, come la mettiamo con la tua "contradictio in adjecto"?
(Sono una palla, lo so... ma tu mi tiri per i capelli con le pseudo liturgie che valgono... dillo tu quanto valgono!).
A parte il fatto che quest'impegno per Bologna mi sembra eccessivo; un investimento simbolico che avrebbe potuto essere un investimento reale quando era il caso, cioè almeno un quarto di secolo fa, quando non tutti i buoi erano scappati fuori! Compreso quel bue che sono io. Insomma, è ancora un simbolo? Allora non c'entrano i fatti reali, i connubi reali, il modello che fu, le "creste" e i bancomat, le telefonate del Sant'Orsola per fottere Marino, ecc. ma la vecchia falce e l'arruginito martello e la loro metempsicosi nel corpo del tessera n.1 del Pd, che ne soffrirebbe tremendamente nel tragitto domenicale verso San Giacomo sotto gli occhi dei cronisti...
AV
Nel mio polverone esistenziale sarei assolutamente d'accordo circa 'l'impegno eccessivo su Bologna'. Infatti ero già da tempo ripiegato su Terlingua e dintorni, lasciando la città alla sua intrinseca modestia. Cioè a chi sembrava averla in mano, sperando di ritrovarla più o meno in forma al caso fossi tornato. Il corteo che si reca da Prodi è patetico, come le dichiarazioni della sua portavoce (ma questa Zampa, essendo parlamentare, non doveva essere anche la portavoce di chi l'ha votata ?). Nella farsa generale, con le sue storie pecorecce redimibili solo con maieutici 'atti d'amore' da Via Gerusalemme, il dramma è questo: che si avvera nuovamente, nel pertugio più pallido della congiuntura dei tempi, la profezia berlingueriana dell'Emilia (e Bologna) come crocevia della storia nazionale. Grande storia, grande incrocio, piccola storia, piccolo incrocio. Sempre incrocio, con catastrofica coda di rondine...
Ti faccio un esempio calzante.
Io sono un lettore abituale - come la Bindi - di "Civiltà Cattolica".
Sai come sono messi i gesuiti?
Sono messi che da anni si comportano da osservatori svagati di ciò che accade nel mondo e quando si occupano della loro stalla (si fa per dire... d'altronde vi nacque Gesù in una stalla!) fanno articoli ancora più svagati sul "dialogo" e l'ecumenismo, oppure sulla "trasparenza del potere", il problema del clima (quello atmosferico)... addirittura (sull'ultimo numero) c'è un: "Giovani amministratori comunali e democrazia".
Balle!... direbbe Sterling Hayden nel "Lungo addio" di Altman.
Ecco, appunto, "il Pd e la Compagnia di Gesù" potrebbe essere il secondo appuntamento per le tue riunioni con Zani... dopo "la Cgil, la crisi sociale e il dramma dell'interruzione fra il primo e il secondo tempo in Ombre Rosse di John Ford".
AV
Era un crocevia quando l'Italia era un Paese e l'Emilia la culla del socialismo riformista, in un contesto agrario e, più a nord, industriale.
Mussolini i fasci li fonda a Milano poi scende in Emilia. E' un crocevia in un contesto macroregionale con la Lombardia, ma è da molto tempo che non pensiamo più a questo naturale legame e, addirittura, corteggiamo l'estranea Firenze o l'anacronistica Ferrara: il tutto per simpatie e affinità politiche nell'ambito del centro-sinistra, per paura di riaprire i rapporti con una regione che, viceversa, è il fiore all'occhiello del centro-destra. Ma gioverebbe, e Bersani questo l'ha capito da molto tempo... ma lui è piacentino e Piacenza è più lombarda che emiliana, come Mantova, al contrario, è più emiliana che lombarda.
La Zampa la conosco dagli anni dell'università. No comment.
AV
Sassi ha abitato alle Lame che era molto giovane. Storia emblematica di un operaio che è prima trascinato dal 'vortice' del '68 e poi transita nel ceto politico. Per dire che cos'era la 'centralità operaia' a quei tempi, quando andava alle assemblee sindacali dei tramvieri (era nel consiglio d'amministrazione) li apostrofava così: "Vuetér av'avain tot qué", battendosi la mano sulla spalla. Pensava, poverino, che i tramvieri vivessero sul plusvalore creato dagli operai della Sabiem (che tra l'altro faceva anche macchine obliteratrici per gli autobus, rendendo così 'pletorici' i bigliettai). Di Sangalli non direi che ha la faccia simpatica: piuttosto un abile scalatore che è riuscito ad entrare (addirittura) nell'iper-ceto, cumulando innumerevoli incarichi.
Sull'Emilia-Lombarda, con me sfondi porte aperte. In innumerevoli saggi ho argomentato circa un unico sistema: il centro-nord, comprendendo in esso anche Toscana e Marche. Dirò di più (sempre attingendo ai miei studi): le battaglie si vincono 'socialmente' nel centro-nord, mentre si vincono 'elettoralmente' nel centro-sud.
Quanto alle discussioni foranee mi sembra naturale che siano anche 'fuori di testa'. Se il forum sarà come le chiacchere gesuitiche o un dibattito fantozziano sulla Potemkin si vedrà. Per indole, non sono mai per escludere nulla. Una partenza surreale potrebbe anche diventare reale, mentre conosco innumerevoli situazioni dove la pretesa di realtà evolve in delirio.....
Buona fortuna.
Bologna, in ogni caso, è un simulacro e andrebbe interpretata con Baudrillard.
Un simulacro non può essere un crocevia, ma solo una croce ed è strano che il prete di Via Gerusalemme non abbia spirito di servizio a sufficienza per rispondere positivamente a Errani. Non ha la statura tragica dei preti di Bernanos e Greene e nemmeno di quello di Guareschi. Mi ricorda i Gufi: "Dondolando, dondolando, farfugliando, farfugliando..."
In che mani...
AV
A proposito di Sangalli: io parlavo di facce, non di redditi o di posizione sociale.
AV
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