2 febbraio 2010

Cambio di gioco

Uscendo per un attimo dalle mistiche atmosfere di Terlingua mi vien da pensare (guarda un po') al 'candidato'. I problemi - è vero - stanno altrove. Nel progetto, nell'identità, nelle alleanze, sociali e politiche ecc. ecc. Cionondimeno bisogna mettere in campo un candidato. Tale che il suo passaggio, anche l'eventuale sconfitta, serva comunque a questo 'altrove'. Andando avanti. Con un cambio di fase. Trunc ! Nel post precedente ho scritto che un partito 'serio' farebbe delle scelte, trattenendosi dal nascondersi dietro delle metodologie. Se questo requisito manca, nulla vieta di elaborare ipotesi di scuola, come se tale partito ci fosse davvero. Guardando a ciò che si vede per adesso, è difficile sottrarsi all'impresione di una situazione comicamente desolante. Si facessero le primarie con ciò che passa il convento sarebbe uno show down dalle tinte grottesche. Il popolo della camera del lavoro dovrebbe trovarsi schierato a favore di Campagnoli (segretario della CGIL tre lustri orsono...mi sfugge la ragione per la quale dirigenti di norma così ritrosi a entrare nel 'dibattito' politico, abbiano deciso di metterci i piedi tutto d'un colpo....). Quello della cooperazione dovrebbe assieparsi dietro al suo Massarenti (il Sita, da poco uscito per sopraggiunta quiescenza dal gota dei grandi capi). Gli artigiani dietro a Sangalli. Quello dei bar (Ciccio) e della curva Andrea Costa porterebbe in spalla il suo Cev. Possiamo immaginare molti altri contendenti, ma è facile capire chi sarebbe il vincitore di così elevata tenzone. La precipitazione al punto zelig.

Woody Allen nei panni del colonello Sanders, su cui si basa il personaggio di Zelig, che possedeva una misteriosa abilità per essere presenti a tutti gli eventi storicamente significativi: l'invasione della Normandia, la firma della Magna Charta, il D-Day, e, sopra, la firma del trattato di Versailles alla fine della prima guerra mondiale.

Risultato: un Pd 'Druso', letteralmente liquefatto nel suo elettorato. Completamente libanizzato lungo le filieres degli interessi e delle sottocordate. Un partito letteralmente disciolto nel 'partito unico delle primarie'. Come tale perfettamente anarchico e darwiniano. Uomini rispettabili, beninteso, quelli citati, che sarei anche disposto a votare/sostenere ove la spuntassero (a parte Sangalli, quello proprio no...). Ma certo 'sostituibili', bandiere un poco stinte e ordinarie di truppe più o meno volatili. Certo sperimentati. Nel senso che ciò che potevano dare di 'straordinario' l'hanno dato. Nel bene come nel male. Dentro una storia talmente conosciuta da diventare domestica. Su altra sponda, non è che desti entusiasmo il corteo avviato da Repubblica dalle parti di Via Gerusalemme. Oddio, se il Briscolone accettasse l'invito all'atto d'amore (ma cosa siamo, al melodramma ?), tutti in riga. Successo garantito. La mia impressione però è che questo corteo, con i suoi lagnosi maitres a penser (Balzanelli e de Plato), sia mesto assai (e che peraltro non stia facendo gran servizio a Prodi). Piagnucolare dietro a Prodi, evocato come un pater familiae, neanche fosse Guazzaloca, estremo supporto a quell'accomodamento di poteri e convenienze del quale Delbono era stato interprete malaugurato, peraltro, significa già dichiarare che si è alla frutta, con il risultato di riempire d'ardore i nemici. Nè molto intelligente è stato guardare tremebondi all'Udc, ispessendo l'ago della bilancia, con il gallettino per stemma, ben oltre la sua misura.




Siamo nel regno delle cose più trite, del deja vu. Sparigliare, bisognerebbe. Cambiare schema. Niente primarie, e comunque nessuna ridicola resa dei conti fra i soliti noti. Tutti un passo indietro. E avanti una persona giovane, iscritta o di area. Giovane di spirito, per capacità energetiche, neanche tanto per l'anagrafe. Di qualità intellettuale riconosciuta e che già abbia dato qualche prova, anche solo potenziale, di combattente. Con idee innovative, specie in materia ambientale. Comunque decisamente estraneo alle baruffe che conosciamo così bene. Ecco quel Segré, in via 'astrattamente empirica', tanto per citare un fac-simile, non sarebbe una ipotesi da scartare. E si potrebbe anche soprassedere sul fatto che un tipo come Di Pietro (e il suo corteo sotto le mura ancora più mesto degli altri) ci abbia messo il cappello sopra.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

Tutto questo sforzo per giungere al "candidato della porta accanto"?
Certo, Prodi vi ha tirato un colpo che basterebbe da solo a comprendere una persona, ma questo mette anche in luce la vuotezza di tutti gli altri.
"Allora le primarie!", avrebbe detto Bersani... "allora musica, orchestra!" sarebbe stato meno offensivo.
Spettacolo veramente desolate.
I cartelli elettorali di Errani appesi alle fiancate degli autobus sono un grottesco autogol, ma sono anch'essi molto illuminanti.
La vera fortuna è avere degli avversari di centro-destra ancora più cialtroni.
Miserabile spettacolo.

AV

Anonimo ha detto...

Siam nel regno,
delle cose trite.
Sparigliar bisognerebbe.
Niente primarie!
Nessun noto!
Rinnovar occorrerebbe.
Giovane.
Di spirito, d'arme, d'amor.

Bando alle baruffe,
che conosciamo così bene.
Ecco spuntare all'orizzonte
Segrè con Fermi e Pontecorvo.
Ma qualcuno tradirà.
E in Urss scomparirà.

("C'è del bono oggi nell'aria")

fausto ha detto...

C'è del bono, anzi d'antico....

Anonimo ha detto...

La politica è un'attività collocata nella dimensione spazio-temporale e soggetta, come tutto il resto, al secondo principio della termodinamica, ovvero alla legge dell'entropia.
Anche nella terapia del cancro, coloro che si oppongono - giustamente - ai protocolli ufficiali di cura, partono tutti da un presupposto comune: rafforzare la possibilità che possiede naturalmente l'organismo di opporsi alla moltiplicazione e diffusione delle cellule neoplastiche, considerando - alcuni di loro - che, probabilmente, il cancro è la reazione che mette in atto il corpo per reagire a qualcosa che affligge gravemente la vita.
Nella politica cittadina quello che ora minaccia l'esistenza stessa della vita politica è l'intossicazione da apparati che ora alcuni fanno risalire agli anni novanta.
Questo è vero senz'altro, ma non si volle riconoscerlo allora e solo alcuni, troppo in ritardo, lo riconoscono ora.
Nella cura di una malattia l'importante è la diagnosi precoce se si vogliono avere fondate possibilità di guarigione o, almeno, di portare la malattia sotto controllo.
Qui, come ovunque, si è fatto esattamente il contrario: sono state accettate le cellule tumorali come fossero sane, non si è fatta manutenzione della macchina, non sono stati creati presidi, come ho già detto, che sorvegliassero l'andamento, quanto meno sospetto, di tutto l'insieme e si affida alla magistratura (come ci si affida alla radioterapia e alla chemioterapia) il compito generico di sorvegliare le cellule cancerose.
Non vi è nessuna agenzia educativa e di selezione del personale, per cui si pesca fuori dalla politica (Università, imprese, associazioni di categoria) il personale che la politica dovrebbe formare in altri modi e autonomamente.
Però il cerchio si riesce sempre a farlo quadrare, chissà perché, finché non interviene la morte biologica del soggetto trattato, ovvero, nel nostro caso, della politica.

AV

Anonimo ha detto...

Leggo ora quanto hai scritto per il blog di Zani (che mi ha diffidato dall'intervenire, già molto tempo fa) e voglio dirti che sono d'accordo con te: per quanto infondata, la volontà di potenza già prefigura una legittimazione che le deriva dall'essere rivolta al cielo e non alla terra.
La sinistra di una volta era legata ad uno scopo eccessivo, degno della reprimenda del Grande Inquisitore e ora è puro moralismo senza morale (in senso spicciolo ma anche di filosofia morale, che peraltro non possiede e chiede a prestito ai liberal americani, nemmeno alla socialdemocrazia!) che è giusto perisca in colossali sconfitte elettorali.
Se Andrea De Maria, poniamo, si candidasse, avesse le palle per farlo, dicendo, più o meno, che lo vuole perché lo vuole, a me andrebbe bene: sarebbe un discorso pulito che metterebbe le palle sul piatto della bilancia.
Sarebbe l'inizio delle fuoriuscita dal cretinismo dilagante, fatto di dissimulazione, storpiamento della lingua, finzione, giochetti inutili, ecc.

AV

fausto ha detto...

Questa volta siamo davvero d'accordo su tutto

Anonimo ha detto...

Il commissario prefettizio che ora verrà sarà quel surrogato della decisione schmittiana che la società democratica mette in atto per proclamare una versione molto depotenziata del vero stato d'eccezione - con i limiti territoriali e giuridici che ne fanno una pallida ombra di quello schmittiano, che è antidemocratico e funzionale alla messa al bando dell'attività rivoluzionaria comunista - ma sarà pur sempre, anche se indirettamente, un vero atto politico, anche se passivo e non produttore di nuovo ordine. Non è nemmeno manutenzione della macchina ma sospensione momentanea del tempo ordinario: dunque più legato al tempo della Chiesa, da cui peraltro Scmitt, cattolico di destra, prendeva gli spunti teorici, dilatandone il tempo ritualizzato nel calendario liturgico alla vita civile.
La traccia che lascerà il commissario prefettizio sarà solo una sanzione simbolica in attesa del disfacimento completo o della ricomposizione delle condizione che hanno prodotto il suo apparire in scena.
Però questa sospensione del tempo ordinario, con la conseguente dilatazione del tempo straordinario, indurrà al pensiero della non eccezionalità di Bologna, che sarà così costretta a trasferire la sua ormai remota eccezionalità politica sul capo della persona che la incarna veramente anche se provvisoriamente e limitatamente.
E' l'unico atto politico vero, che vivremo fra poco, nel segno della confusione, dell'irresponsabilità, della mancanza di vita politica autentica.
Non sarà un tempo pasquale, di resurrezione, ma di lunga riflessione si.
Dunque: benvenuto commissario!

AV

fausto ha detto...

Benvenuto il cazzo. E' del tutto evidente che questi malfattori intendono girare il coltello nella piaga più a lungo che si può, umiliando la città ben più di quanto sia già abbattuta di suo. Che noi ci si rotoli nel dolore e nella contrizione è un conto. Che si debba tollerare il ghigno di Maroni (il padano) e tutti gli altri predoni/sciacalli, è tutt'altra cosa. Potessi pilotare Delbono da dentro ritirerei le dimissioni.

Tommaso ha detto...

Ciao Fausto,

bella la foto, la prima

sì il commissariamento è davvero una soluzione vergognosa. una città come bologna che deve subire l'onta di un commissario governativo per mesi proprio non lo capisco

non capisco quali sono i problemi burocratici che impediscono una elezione dopo il 27 marzo ma non nel 2011
si tratta dei soldi per organizzare le elezioni?
ma non si può fare una colletta? le banche, gli industriali e le coop di bologna non possono tirare fuori qualche soldino per dare alla città un sindaco?

sempre tuo, ingenuo
tom

fausto ha detto...

Ciao tomsito. In effetti c'è un ampio fronte, fra cui molti interessi 'solidi', che è per il ritiro delle dimissioni. Cgil e Pd sono contrari. E' possibile si vada a un accordo per le elezioni a Giugno. Con gli adeguati passaggi legislativi. Io però starei in campana. E' evidente che la destra è interessata a massimizzare il danno per farlo ricadere sulla sinistra.
ps. Dulcis in fundo. Come saprai, a Finelli 3 ci stanno facendo il culo. Tutti i mali vengono per nuocere. E si danno una mano l'un l'altro.

Tom ha detto...

mi sono giunte voci
ma non so i dettagli

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INVITO

Iniziativa il 13 Maggio a Bologna,
Circolo Spartaco, ore 20,30


INVITO

Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.

Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:

nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);

Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per

attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società


Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!

Come raggiungerci: consulta la mappa

Una lettera a Piero Fassino su Gaza - Di Tommaso Gennari

Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera inviata dall'amico Tommaso Gennari a Piero Fassino.


Gentile Piero Fassino,

Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.

Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.

Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.

Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.

Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.

Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.

Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.

Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.

Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.

Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.

A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.

Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.

Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.

Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.

Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.

La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,

Tommaso Gennari


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Società rotonda, anzi rotatoria

di Ilvo Diamanti

Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.

("La Repubblica", 23 gennaio 2009)