11 settembre 2009
Il Pd e la classe politica 'aspirante'
Seduto al ristorante Alba, scorro le prime quattro pagine di una edizione de l’Unità. Un forum fra donne del Pd sulla questione veline e politica. Fra i vari occhielli attira l’attenzione un icastico: “non siamo interessate ai mariti miliardari !”. I commenti sono corredati da foto di redazione nelle quali sono riprodotte le donne riunite attorno al tavolo: volti intensi segnati da impegno, attenzione, serietà. Soprattutto distinzione culturale. Abbigliamento (per quel che si può vedere) discreto, elegante o casual, come è in uso nella buona borghesia intellettuale. Infatti, leggendo i curricola, si viene a sapere che le discussant sono, nell’ordine: una professoressa alla Columbia University di New York, due deputate e una senatrice del pd con significative esperienze amministrative, una scrittrice di successo, una manager esperta di organizzazione, una direttrice di un Istituto Gramsci. Insomma un gruppo decisamente popular (e chissà quale è lo scaglione di reddito dei rispettivi mariti…). Restando al dibattito i temi di riflessione spaziano dai j’accuse contro il velinismo berlusconiano alla denuncia della degradazione imposta all’immagine femminile. Con tutto ciò che ne consegue per il Pd. Infatti i discorsi scivolano inesorabilmente sui limiti che si frappongono, nel Pd, alla valorizzazione politica delle donne. In effetti il Pd è letteralmente ossessionato, sin dalla nascita (ma anche il Ds terminale non era da meno) dalla promozione di nuove classi dirigenti. Normalmente evocate all’insegna di svariati elementi caratterizzanti. Tutti tratti dall’identità (per quel tanto che è proclamata) assegnata al partito: merito, talento, competenza, expertise professionale maturata fuori dalla politica. Coniugati, a loro volta, in stretta correlazione (anche statistica) con il genere e l’età anagrafica. A ciò sono riconducibili tutte le dibattutissime questioni proceduralistiche volte a regolare la cd. ‘contendibilità’ – ovvero l’agognato avvio di un processo competitivo di mobilità/ricambio politici. L’identikit sociologico che emerge dall’incrocio delle diverse variabili è semplice da individuare: donne e uomini in età giovane-matura dotati di laurea e master, meglio se con un curriculum professionale accreditato o potenzialmente tale. I politici di lungo corso (disprezzati come oligarchie), i funzionari e i politici professionali privi di credenziali sociali proprie costituiscono i nemici ‘interni’ di questo ceto aspirante alla leadership. Lo stereotipo rivale è quello della velina berlusconia: cooptata in base al caso mediatico e alla bellezza fotogenica. Ma anche gli energumeni sociali emergenti dal volgo leghista. Inoltre esso sta in un rapporto di stretta contiguità con i gruppi stimolati dal grilliamo e dal dipietrismo. Fra costoro c’è un comunanza sociale di base. E infatti resta sempre aperta la possibilità di schierarsi, al caso, nell’uno o nell’altro versante del cleavage che oppone il pd alla politica enragé. In effetti il tipo di aspiranti alla classe politica costituisce la cartina di tornasole dei movimenti politici nel momento del loro abbrivio. Tutta la lunga durata, nelle sue varie fasi, del processo di democratizzazione è non altro che il succedersi sulla scena, venendo dal basso o da luoghi negletti alle coalizioni delle èlites dominanti, di nuove aggregazioni socio-politiche. Gli avvocati di campagna furono il perno degli Stati Generali, assieme a commercianti, impiegati, artigiani. I sanculotti erano la sintesi fra la piccola borghesia di nuova formazione, produttiva e intellettuale, e le plebi urbane dedite al lavoro manuale fino allora vissute nel disprezzo aristocratico e curiale dell’Ancièn Regime. Il movimento operaio è stato una straordinaria fucina di quadri estranei all’establishment vigente. Il partito socialista aveva il proprio nerbo dirigente in un peculiare melange: accademici, medici, avvocati, esponenti delle arti liberali di estrazione positivista e di orientamento filantropico, assieme a maestri, piccoli artigiani (i ‘ciabattini’ studiati da Hobsbawn), sindacalisti e organizzatori di cooperative. In una società dove i rappresentati (essenzialmente le plebi rurali) erano quasi sempre analfabeti gli artigiani-filosofi itineranti armati di una fantasiosa cultura autodidattica costituivano un trait-de-union efficace con l’élite borghese ostile alla propria classe. Il movimento cattolico estrasse i propri quadri dal seno delle organizzazioni cattoliche e dalle loro emanazioni sociali: preti di campagna, piccola borghesia rurale, ceti medi. Il fascismo, dopo avere pescato negli enragés del sottoproletariato gli adepti della fase rivoluzionaria, si appoggiò alle classi medie impiegatizie incardinate allo stato. Il Pci fu in grado di produrre una sintesi grandiosa (e irripetibile) fra una vigorosa aristocrazia intellettuale mobilitata dal marxismo e una rete di quadri tratti dal proletariato rurale e urbano direttamente preparati dal partito. Ancora nei ’70-’80 il funzionariato Pci era composto in larga misura dei membri più attivi della classe operaia industriale. Venendo ad epoche a noi vicine (cioè alla fase decadente della democrazia di partito) il Psi craxiano contrappone alla gestione di De Martino, ancora segnata dal vecchio calco storico, una pletora di quadri di estrazione piccolo-borghese e impiegatizia. Generalmente poveri e smaniosi di migliorare il loro status con l’intermediazione politica. Non fosse stato per la rilevanza assunta da questo strato sociale famelico difficilmente avrebbero potuto svilupparsi le forme estreme assunte da tangentopoli. La stessa Dc, del resto, si era precocemente liberata dell’imprinting del cattolicesimo sociale. Divenendo partito-Stato traeva i propri quadri direttamente dallo stato, dal parastato, dal sottogoverno e dalle agenzie economiche (banche e imprese irizzate). In una linea di rinnovata continuità con il fascismo. Forza Italia e la Lega sono stati momenti di novità. Forza Italia riciclando personale del penta-partito in disfacimento, ma soprattutto ponendo al centro una nuova leva di yes-men tratti dalla fininvest e addestrati al multilevel marketing. Il piazzista commerciale, nella sua rinnovata veste post-moderna, è stato un soggetto indubitabilmente nuovo della platea politica. Se l’attuale voga del ‘velinismo’ resta un elemento meramente additivo della classe politica forzitalica (il cui nucleo è composto da un nucleo ristretto di ciambellani del leader e, in periferia, da una varia umanità di berlusconidi tratti dalla classe media) esso è nondimeno emblematico della fase suprema della morfogenesi mediatica. E comunque psicologicamente rilevantissimo, tanto più in una società con i canali di mobilità occlusi. La cooptazione dal basso, proprio nella sua casualità stocastica, mostra la miracolosa possibilità per lo spettatore di passare dall’altra parte del video. Cioè sul palcoscenico. Immedesimandosi nel piazzista, proprio come nel multilevel la torma dei venditori dilettanti si fonde con il coordinatore delle vendite. La Lega, per parte sua, ha promosso una leva di quadri tratti direttamente dalle periferie territoriali: piccole classi medie e popolari con bassa scolarizzazione (dall’artigiano all’amministratore di condominio, dall’operaio al geometra….). La Lega, una volta liberatasi (non a caso) dei pochi e malsopportati esponenti intellettuali, o simili (dal prof. Miglio a Rocchetta), è l’esempio puro di un partito privo totalmente di una leadership intellettuale, la cui assenza è interamente surrogata dal dispotismo del gruppo politico raccolto attorno a Bossi, il quale riassume nella sua persona tanto le funzioni di direzione politica che quelle carismatico-ideologiche (persino liturgiche). In questo senso la Lega è davvero un partito popolare: una via di accesso immediata alla politica per gli individui più paradossali e inesperti. Con il contrappasso, però, di una assoluta sostituibilità (esattamente come avveniva con le purghe staliniane: straordinaria occasione di mobilità sociale per milioni di persone escluse dalla vita pubblica e dagli incarichi statali). Concludiamo. Il Pd sembra perciò proporsi, nella casistica, come il luogo di promozione (o del tentativo di proporsi) di un ceto di borghesia intellettuale post-moderna. Di qui riceve una qualche spinta, specie nei contesti urbani, ma qui si definisce anche il suo limite. Cioè l’assoluta impossibilità di realizzare una congiunzione con gli starti sociali del territorio, realizzando quell’unità di ‘mano/mente’ che fin dall’illuminismo ha caratterizzato i movimenti rivoluzionari e riformatori. Peraltro uno dei limiti di questa neo-borghesia intellettuale è la sua presunzione e la scarsa auto-coscienza dei suoi limiti, che sono numerosi, sia in termini politici che intellettuali. Non è infrequente incrociare nel Pd individui mai visti, con ottimi voti scolastici ma ignoranti quanto presuntuosi.
INVITO
Iniziativa il 13 Maggio a Bologna,
Circolo Spartaco, ore 20,30
INVITO
Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.
Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:
nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);
Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per
attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società
Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!
Come raggiungerci: consulta la mappa
Circolo Spartaco, ore 20,30
INVITO
Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.
Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:
nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);
Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per
attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società
Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!
Come raggiungerci: consulta la mappa
Una lettera a Piero Fassino su Gaza - Di Tommaso Gennari
Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera inviata dall'amico Tommaso Gennari a Piero Fassino.
Gentile Piero Fassino,
Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.
Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.
Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.
Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.
Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.
Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.
Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.
Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.
Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.
Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.
A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.
Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.
Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.
Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.
Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.
La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,
Tommaso Gennari
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Gentile Piero Fassino,
Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.
Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.
Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.
Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.
Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.
Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.
Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.
Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.
Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.
Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.
A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.
Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.
Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.
Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.
Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.
La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,
Tommaso Gennari
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Società rotonda, anzi rotatoria
di Ilvo Diamanti
Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.
("La Repubblica", 23 gennaio 2009)
Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.
("La Repubblica", 23 gennaio 2009)


14 commenti:
E' un bell'articolo, che condivido in gran parte, almeno per quanto riguarda l'impianto descrittivo che illustra la politica visibile. Sulla politica dietro le quinte e sulle élites vere, mi sono sempre stati utili i più misconosciuti fra i libri di storia e alcuni autori, diciamo non famosi al grande pubblico.
Partecipai, qui a Bologna, alle prime fasi di costituzione della Rete di Leoluca Orlando, poi di Alleanza democratica (per la verità, quanto a questa formazione, preferii le riunioni del circolo di Casalecchio di Reno, per evitare la negativa esperienza precedente della Rete a Bologna). Ne trassi la convinzione che partecipare alla vita politica non consolidata in partiti già affermati, con i capibastone e tutto il resto, sia tempo perso.
Quando c'erano - i partiti affermati - ero troppo giovane per apprezzare i capibastone...
Così il cerchio si è chiuso attorno alla mia biblioteca di casa e agli affetti privati.
Andrea Ventura
Carissimo Ventura ben entrato ! Naturalmente è un parere personale, e non so se ti garberà, ma quando non indugi al complotto giudaico-massonico, sei uno scrittore stimolante. Soprattutto: la tua erudizione e il medianico feeling con autori sghembi e maudites, cioè 'infetti', sarebbe assolutamente in linea con il logo di questo stentato e (di necessità)solipsistico sito.
Sembra facile fare un buon complotto... invece, oltre alla moka express, servono anni di studi e di attenzioni in cui ci si innamora del soggetto: ogni chicco viene analizzato, tostato, miscelato, per poi giungere ad ammettere che anch'io ho fatto un errore...
Scherzi a parte: questo è un rispettabile sito infetto! Gli argomenti intrattabili li affronterò solo in veri lazzaretti.
AV
Il colonnello Kurtz di Conrad/Coppola, in Cuore di tenebra/Apocalyse Now mi pare l'unico modello di politico all'altezza dei tempi, ovvero di ciò che si può dire/non dire, fare/non fare, imporre/non imporre, uccidere/lasciare vivere.
Da Apocalypse Now ad Apocalypto: la nostalgia della critica radicale senza luoghi politici!
AV
direi piuttosto un passaggio dalla violenza come riflessione filosofica alla violenza come fiction spettacolare (atteso che comunque la violenza, e la guerra, hanno un irresistibile fascino estetico, come insegna la letteratura sin dall'inizio: sacra e profana, dalla Bibbia e dai Veda all'Iliade). Se ricordo bene il discorso finale di Kurtz verteva intorno alla sublime superiorità di uno spirito capace di praticare la guerra sino alle estreme conseguenze. Ma qui si aprirebbe un discorso intorno alle nuove configurazioni (come nei Taliban) del 'partigiano' e sulla sua apparente invincibilità, piuttosto che sulla 'critica senza luoghi politici' (potresti spiegare ? cos'è "l'arma della critica senza la critica delle armi" ?).
Nietzsche per noi, Nechayev per loro, Zani per tutti.
(A benedire tutti - e a farsi benedire da tutti - con il Flobert in mano!).
"Celui qui enfreint d'une manière trop évidente les conventiones morales en est puni par les tribunaux ou par l'opinion publique, mais celui qui apporte dans les rapports sociaux une probité, un désintèressement, une véracité absolus, est presque aussi sur d'étre vaincu dans la concurrence". (Vacher de Lapouge, "Les sélections sociales", in "Revue d'Anthropologie", 1887, tome II)
In mezzo ai due estremi ci sono gli impiegati e i professionisti della politica e anche Kurtz, che è una deviazione psicotica del funzionario militare, cioè noi quando schizziamo veramente. Il nodo è che le società di massa vanno governate con ogni mezzo, al di là del vero e del falso, pena la ribellione delle masse. La politica è il "giusto mezzo", come gli articoli di Zani, a metà strada fra vero e falso, scossa tellurica e piadina romagnola. Per quello che mi riguarda "rinuncio a Satana e alle sue pompe", come nella vecchia formula del battesimo cattolico.
La politica non mi avrà.
AV
Giusto per intenderci, il commento penultimo, delle 13 e 18, è di Antonello...
Andrea Ventura
...ma il blog, sì. E' lui che ti vuole. In una mano il Flobert, dall'altra il parabellum. Aspettiamo il compagno Kalashnikov. Con ciò anche Zani che è un esperto armaiuolo dovrebbe entrare nel negozio. Antonello c'è già. Non resta che tirar giù la saracinesca. Tutto esaurito !
Zani non riesce a postare perché non seleziona un profilo.
Quando giunge a "commenta come" si incattivisce, gli sorge un dubbio esistenziale... trovarsi, come me, incasellato come "anonimo ha detto" lo farebbe strippare, lui che scende dal palco delle autorità per essere un vero anonimo!
A proposito, non doveva darsi ai poveri?
Quelli poveri poveri poveri, intendo.
Come Napoleone (quello di Via Genova, Quartiere Savena...)finirà in un invito(solo per i poveri, anche di spirito), ovviamente gratuito, ad una scorpacciata di verdure biologiche grigliate a casa sua?
Noi scenderemmo allora da questo piccolo palcoscenico per salire su una verdura grigliata da consumarsi sull'Aventino bolscevico-riformista? Non ci inviterà! Lo sento. Che ambaradàn... (con la "n", secondo lo Zanichelli 2010).
Andrea Ventura
sublime!!!!
Zani è portatore quasi sano del "virus dell'irreparabile" (ovvero del non riparabile) che allegramente "Repubblica" ha coniugato in tutte le declinazioni, per ogni idealtipo weberiano (quello dei carburatori) e per ogni cilindrata politica: ha creato l'irreparabile per comunisti, socialisti, democristiani, post-fascisti... meno per i laici, soprattutto i repubblicani (chissà perché? Qualcuno sa rispondermi? Vincerebbe un arredo massonico!) e per la finanza (quella anch'essa "laica").
Che cos'è l'irreparabile? E' questo: "siete dei poveretti e dei poveracci. Follow me boys, vi porterò tutti at home, in the liberalsocialism land... It's beatiful, it's nice, lovely country of adoption! But you to have to land your real face, d'antan".
Dunque tutti dietro "Repubblica", salvo il melanconico Zani, con groppo interiore: gli hanno detto inoltre che non potevano più essere nemmeno socialdemocratici (sic!) e lui, da bravo, dice che non lo sarà, opziona il "socialismo liberale". Anche se uno non ha mai capito bene la natura del male e la prodondità tellurica e nichilista del comunismo, potrebbe almeno non dare soddisfazione ai republicones e sostare a leggere in pace la collane "il pensiero socialista" che Feltrinelli non edita più dalla fine dei '70, anziché introiarsi nella pattumiera letteraria promossa sempre da "Repubblica".
Lui sa che potrebbe farsi aiutare (non sta bene da una vita) ma l'orgoglio è distruttivo, preferisce rimuginare fra vero e falso senza scegliere, perché è dura fare tabula rasa: così io mi prendo del fascista, simpatico e narcisista, mentre il narcisista (malattia grave... borderline!) è lui, che non ascolta la parte più profonda per paura di sbagliare e di sputtanarsi.
L'irreparabile è: "siete fottuti" e "guai ai vinti, carucci!"
AV
Avanti! (con il "pensiero socialista"):
Titoli dell'estinta collana Feltrinelli:
- Il *capitale finanziario / Rudolf Hilferding
- La *concezione materialistica della storia / Georgij V. Plechanov
- I *giornali della Comune : antologia della stampa comunarda, 7 settembre 1870.
- La *guerra civile negli Stati Uniti / Karl Marx e Friedrich Engels
- L'*insurrezione armata / A. Neuberg
- L'*Internazionale comunista e la scuola di classe / Daniel Lindenberg
- *Quaderni filosofici / V. I. Lenin ; con una introduzione su: Il marxismo e Hegel di Lucio Colletti
- La *questione agraria / Karl Kautsky ; introduzione di Giuliano Procacci
- La *questione coloniale : antologia degli scritti sul colonialismo e sull'imperialismo / Karl Kautsky
- 1: La *rivoluzione armata / Trockij, Lev Davydovic
- *Saggi sulla teoria del valore di Marx / Isaak Ilijc Rubin
- *Scritti militari / Lev Trotzki
- *Scritti politici / Karl Liebknecht
- *Scritti scelti / Amadeo Bordiga
- *Socialismo e riformismo nella storia d'Italia : scritti politici 1878-1932 /
Filippo Turati
- Il *socialismo nelle campagne cinesi : testi sulla collettivizzazione agraria /
curati da Mao Tse-tung ; introduzione di Enrica Collotti Pischel (che non conosce il cinese... ma questo è un altro discorso!)
- *Storia della socialdemocrazia russa / Julij Martov, Fjodor Dan
- *Sulle società precapitalistiche / Marx, Engels, Lenin
Antonello
Qui ragazzi sembra di essere Didi e Gogo (con aggiunto Vava, ma senza Pele). Aspettiamo Zani come fosse Godot. Secondo me non viene. Nè manderà un ragazzo a dirci che non viene. Nell'attesa è utile il servizio bibliografico di Antonello. Verrà, non verrà....mah. Se è questione di 'Anonimo', basta scegliere l'opzione Nome/url in seleziona profilo. Al primo clic ti dice che non va, ma se si insiste il commento entra. Col nome. Stiamo a vedere
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