7 ottobre 2009

Il congresso Pd fra il lupo (la destra) e il loop (sé stesso).


450.000 votanti sarebbero grasso che cola. Se, e sottolineo se, con la Mina sotto il culo: 1) ci fosse stata una stampa che ne avesse sottolineato il valore (mentre il dato era riportato non prima dell’ottava pagina, accompagnato alle consuete comarate dei diadochi). Non c’è partito al mondo, quantomeno in Europa, che possa vantare una membership di tale mole, e si dovrebbe trarre la conclusione che il Pd, almeno sotto questo profilo, vive buonissima salute. In un paese dove i partiti sono protesi di capi auto-legittimati (da Barlusconi a Di Pietro, passando per Casini) e dove, come conseguenza, non si fanno congressi di sorta, ma solo raduni acclamatori, non c’è uno straccio di osservatore che abbia avuto parole di elogio e di meraviglia per questo ‘miracolo’ (ivi compresi quelli di Repubblica). Non c’è stato un giorno in cui questi 450.000 sfigati godessero di un vantaggio sulla D’Addario. 2) tutti i contendenti ne avessero tratto lezione per comportarsi come si deve. Cioè valorizzare quanto avvenuto. Il rapporto votanti/iscritti è risultato altissimo, ben superiore a quelli totalizzati a suo tempo dai Ds, per non parlare del Pds o dello stesso Pci. Se tanta gente a votato non è perché è stata trainata da tizio, caio e sempronio. Quantomeno, non solo. E’ andata a votare perché ha avvertito che le si offriva uno strumento reale. Non predeterminato negli esiti. Dunque, si è trattato di una grande prova di democrazia e partecipazione. Pure scontando deficit palesi nell’organizzazione della discussione e nell’offerta programmatica dei candidati, con la conseguente enfatizzazione del votificio. I franceschiniani, in proposito, sono quelli che hanno steccato di più. Marino, a parte ualche richiamo alla ‘questione morale’ degno di un idiot savant, ha avuto la saggezza di rivendicare il proprio risultato. Come Bersani, malgrado le castronate di alcuni suoi luogotenenti. I franceschiniani si sono invece messi subito di buzzo non a valorizzare il proprio risultato (tutt’altro che disprezzabile), ma a svalorizzare quello di Bersani. Con l’argomento demenziale che il Nostro sarebbe stato votato dalle clientele meridionali (come se la Sicilia fosse la Svizzera) e dagli apparati di partito. In realtà il voto segnala, ovunque, un forte rimescolamento: di militanti, gruppi dirigenti, apparati (per quel che ne resta). Vedasi in proposito il caso dell’Emilia-Romagna, dove è palese l’eclisse del (supposto) monolitismo d’apparato. Ma, a maggior ragione, anche il caso della zona rossa tutta considerata. In ogni caso il partito è quello che è. Essendo italiano, necessariamente, è fatto di un Sud, di un centro e di un nord…. 3) questa votazione avesse potuto essere implementata in una dinamica congressuale come si deve. Non dico un ritorno ai vecchi fasti della ‘democrazia deliberativa congressuale’, ma almeno evitando d’infilarsi in uno statuto letteralmente demenziale. Non c’è organizzazione al mondo che non si dia uno statuto per preservare sè stessa. Il Pd, con i suoi grandi legislatori (vecchie volpi e neo-costituzionalisti apocrifi e di nuovo pelo) – unico caso al mondo – è riuscito a dotarsi di uno Statuto che contiene un dispositivo di auto-dissoluzione. Se il risultato delle primarie dovesse dare ragione a Franceschini (Dio ce ne scampi !) avremmo una situazione scismatica, cioè due segretari (uno dell’interno, il partito, uno dell’esterno, gli elettori) con diversa fonte di legittimazione. Non si sa proprio dove si possa andare a finire. Anche perché tutti i casi preventivabili (a meno di una vittoria netta di Bersani) lasciano aperte strade assolutamente indeterminate. Lo Statuto del Pd, non solo Barocco, ma intimamente stupido, era stato pensato (unica giustificazione) nel quadro di un modello maggioritario nel quale il prescelto era prima di tutto il candidato alla premierschip. Esattamente come nel modello americano, dove però non c’è il segretario di partito, e dove il processo ha ben altra coerenza. Esso parte dall’autonomia degli Stati federali (mentre qui i segretari regionali sono cooptati dal referente nazionale…bell’esempio di federalismo !) e procede eliminando gli outsider, così da produrre l’unità (all’atto della convenzione nazionale) attorno all’unico candidato in pista (mentre qui restano tutti in gara, più felici che mai di far pesare il potere delle minoranze). Per tornare a noi le circostanze, caduto Veltroni, hanno seguito un corso imprevisto. Nei fatti siamo a scegliere un Segretario di partito non un candidato premier. Di qui un totale disassamento del metodo. Resta il fatto che anche ove le cose dovessero mettersi per il meno peggio, il problema del Pd resterebbe inalterato: come trovare un ubi consitant dell’identità, dell’organizzazione e dei gruppi dirigenti. E’ del tutto evidente che anche vincendo Bersani (come ci si augura – ripeto – per evitare una diaspora senza fine) egli si troverebbe davanti la realtà di un partito diviso e tutt’altro che amalgamato, con opposizioni talmente forti da potere interdire qualsivoglia linea politica (come già accadde ai Ds all’epoca del Correntone). Abbiamo già sperimentato a iosa (con buona pace della Bindi e di innumerevoli apprendisti stregoni) che un partito non si può governare a maggioranza (almeno le minoranze siano così residue da rendere pleonastica la questione). Un partito non è un parlamento. Ci si sta perché in esso ci si riconosce e ad esso si partecipa. La ricerca di soluzioni unitarie è un obbligo. Costi quel che costi. L’aggettivo maggioritario va bene sin che si tratta di contrapporlo al minoritarismo (al caso testimoniale) come vocazione. Per il resto, trattato come sostantivo, è una idiozia. Se le correnti possono essere un lenitivo dell’eventualità di spaccature, allora sono tutt’altro che da disprezzare. In ogni caso, se si è capaci, si trovi quello che si vuole. Ma non il metodo maggioritario ! Abbiamo già dato…. Il peggio è che la storia va per le lunghe. Anche dopo le primarie gli organi dirigenti periferici conseguenti al congresso non saranno in carica che dopo le regionali. Nel frattempo può accadere di tutto, con segretari locali che restano in carica, magari incattiviti, pur essendo minoritari. Dulcis in fundo, incombe, sopra tutto questo baillame endo-masturbatorio, una micidiale convergenza di crisi economico-sociale e istituzionale, con la berlusconizzazione ormai giunta al suo apice eversivo. In tali circostanze, invece di fare un congresso, avremmo dovuto avere un partito in grado di drammatizzare la crisi scendendo sulle piazze (e confidando sul supporto dell’opinione pubblica europea). Agendo la drammatizzazione attivamente (come fossimo in Iran o in Ucraina), piuttosto che subirla ad opera della destra, con l’accrescimento della timidezza. Prende fuoco la casa e noi siamo lì a giocare a carte nello stanzino! Anche per questo andrò alle primarie, e mi auguro che ci vadano in molti. Per votare Bersani, in modo da evitare il peggio, e per metterlo in condizione di esercitare una leadership finalmente unitarista, anziché maggioritarista. E per metter fine al loop al più presto.

16 commenti:

Anonimo ha detto...

Essendo un sincero ammiratore dei ritenuti peggiori in Occidente - Ahmadjnejad, Putin, Berlusconi, Gheddafi, Chavez, Assad, Nasrallah - non potrei nemmeno votare un candidato del Pd minimamente adeguato ai miei standard: quindi ti rivolgo un augurio di buon congresso, evidentemente da terre lontane. Buona fortuna!
(Anche il Pcus, dopotutto, inviava messaggi a partiti lontanissimi, augurandosi che vincesse il migliore fra i candidati, il meno antisovietico).

Andrea Ventura

Fausto Anderlini ha detto...

Ricambio. Da terre lontane e blog più vicini. Però c'è una differenza: con l'aristocratico disincanto dei maudits forse 'parteggi' (per le canaglie che ne dovrebbero esprimere l'esponenziale politico), ma non hai luogo per partecipare. E di questo soffri, al pari di Zani. Ed è in questa comune dimensione esistenziale basata sull'esilio, la solitudine e il sottile piacere della caduta (tutta roba cercata e/o subita)che nasce il tuo amore intimamente omosessuale per Lui. E, di rimando, la sua reticenza a ricambiarlo.

Anonimo ha detto...

Ho avuto già occasione, recentemente, di parlare di "virile amicizia", non fosse che "mondo gay" ha mandato in malora, senza costrutto alcuno (se non per il piacere di masse democratiche per definizione e antifasciste per raggiunta comprensione e uso dell'ossimoro in voga e della litòte già apprezzata sorridendo dai padri già fascisti: l'assordante silenzio di chi non è uno stupido) ogni sottigliezza ottocentesca (a cui, sempre più spesso, mi richiamo, in contrapposizione evidente all'infernale caduta ctonia dei tempi correnti).

AV

Fausto Anderlini ha detto...

Ma insomma, una certa ragione l'avrà pure il 'mondo gay'. Attribuire un carattere virile all'amicizia non significa forse evocarne uno spcifico lato sessuale ? Chiamiamola omofilia, invece che omosessualità e non ne parliamo più. Tanto se non è zuppa è pan bagnato...
Comunque, carissimo amico discussant, ho cercato di immaginare più volte come tu sia fatto. Potresti inviarmi una fotografia ?

Anonimo ha detto...

La settimana scorsa, passando per Via Zamboni, di ritorno da un'estenuante fila per iscrivere mia figlia, già impegnata in altro luogo, a Chimica industriale, ho avuto l'ardire, dopo decenni, di varcare l'elegante soglia della Provincia di Bologna (mitico luogo di giovanili gratificazioni per Mauro Zani, quasi la Sublime Porta ottomana) e di chiedere all'ingresso del dr.Anderlini.
Ho appreso, dispiaciuto, che sei decentrato, e così, in cuor mio, ho rimandato l'incontro in zona Irnerio al giorno di una mia prossima incursione in Piazzola, lato straccivendoli.
La mia foto non si può incollare qui, ma il mio indirizzo per programmare un pasticcino e un caffè è il seguente: anventur@comune.bologna.it

AV

Anonimo ha detto...

Avendo tu citato Gianfranco La Grassa, che leggo quotidianamente nel suo sito (http://ripensaremarx.splinder.com), ti posto, come ultimo omaggio a te e omaggio anche alle unità di misura (nella fattispecie, alle unità di misura terra/spazio, bidimensionali: distanza e chilometri quadrati, ben recintati e difesi)un suo commento di poche ore fa.


"Mi fa piacere leggere in Fausto Carioti (Libero), riferendosi a “due sinistre”, che esiste “la sinistra dell’odio antropologico, erede del vecchio partito d’azione……ecc.”. A parte il fatto che egli sembra illudersi sull’altra sinistra (e perfino sulla sua appendice “estrema” fuori del Parlamento, ma sempre pronta a formare squadracce assieme ad anarcoidi e ragazzi disadattati), mi fa piacere che si riprenda la mia idea sull’“antifascismo azionista”, non quello della “Resistenza” ma dei traditori e voltagabbana, quello che con la riunione sul “Panfilo Britannia” iniziò il tentativo di colpo di Stato (per conto di finanza e industria private, succubi del capitalismo statunitense) chiamato “mani pulite”; riuscito solo a metà (liquidazione del vecchio regime) e fallito invece a causa dell’intervento di Berlusconi per l’altra metà. Ci fu la ricerca di un’autentica dittatura (con forme “democratiche” di facciata) da parte dei settori sopra nominati serviti dal personale di sinistra in specie ex-Pci. Oggi, i soliti di sempre, con il solito “antifascismo azionista”, tentano di completare l’eversione per ridurre in schiavitù tre quarti del paese, quello produttivo. I parassiti industrial-finanziari, e quella parte di “ceto medio” che concorre con loro a “divorarci”, strisciano supini davanti agli Usa e ai loro tentacoli nella UE, servendosi di organismi (im)politici di totale sovvertimento per interessi contrari a quelli della stragrande maggioranza del paese. Colpa di quella chiamata “destra” (una parte della quale, del resto, è "tenera" con gli stessi sovvertitori per conto dei parassiti e degli Usa) è di non procedere ad un repulisti generale dei complottatori. Una colpa forse oggettiva, dovuta al non controllo dei corpi speciali, quelli che hanno le armi. Però, anche i settori industriali d’avanguardia (di finanziari non ce n’è nemmeno l’ombra) sono troppo latitanti. Noi assistiamo e commentiamo. Non taceremo pur se si tratta della classica voce nel deserto".

E si, quanta strada...

AV

Anonimo ha detto...

Invece, a proposito della situazione d'oltreoceano, ti posto la chiusa dell'ultima analisi pubblicata da dedefensa.org ieri, otto ottobre:

"Un automne crépusculaire".

"Aujourd’hui, les USA sont au bord du gouffre, c’est-à-dire dans une situation où un facteur explosif peut tout faire basculer. Il ne s’agit pas de juger objectivement d’une situation et d’observer que partout ailleurs (hors des USA), la crise règne également; il s’agit de relever la singularité de cette situation aux USA, de l’effet sur une psychologie, désormais d’une extraordinaire fragilité, de diverses potentialités explosives dont chacune peut faire basculer cette psychologie dans le désordre marquée autant par la panique que par la colère et la rancœur furieuse. Inutile de parler d’Obama, dont les qualités incontestables – calme, mesure, etc. – jouent à plein CONTRE la reprise en mains d’une situation qui lui file comme du sable entre les mains".

Naturalmente, buon congresso democrat, come sempre.

AV

Fausto Anderlini ha detto...

Ricito La Grassa, di cui a suo tempo lessi qualche testo: sempre inesorabilmente pedante. Che adesso sia finito dalla parte dei 'nazionalitari' sorprende fino a un certo punto. Anche nella loro inclinazione all'esoterismo filologico, i teorici ossessionati dal 'piano del capitale' hanno più di un èpunto in comune con gli esegeti del complotto giudaico-massonico d'oltremare.
Tuttavia in proposito si dovrebbe fare una analisi approfondita sul perchè di certe derive intellettuali. Ovvero sulle passerelle che al caso sono state gettate sui clevages Statalismo e liberismo, cosmopolitismo e nazionalismo, reazione e rivoluzione. Tra poco scriverò qualcosa che potrebbe servire anche a Zani, cioè una critica della sua critica alla globalizzazione e sui rischi che sono impliciti nelle sue posizioni. Grazie per la segnalazione. P.s. Davvero sei venuto a trovarmi dopo aver accompagnato tua figlia ? La cosa m'intenerisce. Ardo dal desiderio di vedere come sei fatto, ma sono anche timoroso. E se il concreto-fisico non corrispondesse all'astratto della blog-idea ? Cioè 'se postiamo ci vediamo non' ?

Anonimo ha detto...

Foto spedita a quarantenopoli@gmail.com

AV

Fausto Anderlini ha detto...

Ormai siamo in un blog-epistolario (il cui intestatario è il primo pistolone). Ma va bene così. Sopra l'affresco. Sotto la sinopia. Ho visto la foto. Un bell'uomo, forse con le pupille azzurre. Ancora giovane, o con gli anni ben portati. Con quel giubbotto nero potresti essere, nell'ordine: un intellettuale nouvelle vague esistenzialista francese anni '50; un commissario di brigata partigiano; un agente sovietico; un capitano repubblichino in borghese e/o, un agente dell'Ovra; un intellettuale éngagé disposto all'eroismo ed altri beaux gestes, tipo Malraux, ma anche Junger.... Sono restato basito. Il mio cliché era classico (e scontato): un topo di biblioteca diafano e ammuffito, con le rughe e i capelli disordinati. O arruffati come quelli di Nazareno Pisauri. Al caso un travet piccoso e incattivito dal mobbing. Oppure un erudito stanziale con qualche problema di continenza, ad esempio l'obesità. Niente di tutto questo. Si vede l'aura di un combattente, freddo, duro, persino spietato, che solo le cricostanze hanno recluso in una biblioteca. Di lì, forse, l'amore viscerale per il pensiero 'alto' quanto scabroso, paradossale, profondo o anche solo sotterraneo, comunque fuori norma. Controcorrente. Dove il combattimento infra moenia (ascesi, isolamento, purezza, intransigenza...tutto nel segno stoico dell'immanenza)è consumato alla stazione, dopo che il treno è andato irrimediabilmente perso.
A presto.

anventur ha detto...

Avevo scritto, poco fa, qualcosa di buono, ma il computer ha divorato tutto senza nemmeno un rutto!
Pazienza! E' la mia vita.
Ben detto, caro Fausto, il treno l'ho perso tanto tempo fa.
Sei stato molto lusinghiero: ti ringrazio molto.
Sarebbe stato bello conoscerci quando tutto era più semplice e si poteva sempre udire un: "arrivano i nostri!" I nostri?
Voglio anche ringraziare Mauro, a cui è costata fatica accogliere quanto ho scritto e, soprattutto, come l'ho scritto.
Pare la scena finale di "Pat Garrett & Billy the Kid" di Sam Peckinpah, di cui Goffredo Fofi scrisse, nei "Quaderni piacentini", che aveva un sapore shakespeariano.

Andrea Ventura

Fausto Anderlini ha detto...

Spero che questi ringraziamenti non siano un commiato, o peggio l'annuncio di una ben più ferale dipartita. La metafora della stazione sta a pennello, non trovi ? Io me la immagino -questa stazione- simile a quella di Padova: sghemba, disadorna, fin de siècle, di notte, con luci fioche e il brontolio di qualche vagabondo che cerca di dormire su una panca nella sala d'attesa. Già, una sala d'attesa. Nella quale però - accidente necessario - si trovano sia coloro che hanno perso il treno, sia coloro che sono scesi dal treno (o sono stati buttati giù dalla polizia ferroviaria, dopo avere comodamente (o meno) viaggiato. In Messico sulla strada ferrata fra Mexico city e Merida ho incontrato degli indios, fermi, immobili, come pietrificati, pensosi, ai lati di un unico binario sul quale pascolavano bestie. Erano lì da giorni. Aspettavano il treno, consapevoli che avrebbe potuto non passare mai. A quelle latitudini tutto è aleatorio, specie le comunicazioni. Nondimeno lo aspettavano.
Ex captivitate salus.

anventur ha detto...

Ben detto anche questa volta... e hai capito perfettamente! Il commiato c'è e non vorrei che vi offendeste, tu soprattutto! Mauro, credo che tiri un sospiro di sollievo.
Ti ho sempre seguito, fin che ho letto i quotidiani, ovvero fino ai cinquanta.
Sparando su di te a volte, ho sparato a me stesso, come Pat Garrett allo specchio, dopo avere ucciso Kid.
Benito Cereno di Melville, usato da Carl Schmitt, può fare al caso: mi sono sentito quasi sempre vittima di un sequestro di persona, nella terra dove sono nato, figlio e nipote di partigiani rossi e di martiri di una resistenza subita.
Ora sono ossessionato dal tempo che se ne va e devo sistemare cime e gomene, verificando che tutto sia ormeggiato a dovere, poi, cheguevaramente, che Essa, Lei, sia la benvenuta. Sarà un lavoro di alcuni anni...

Andrea Ventura

Fausto Anderlini ha detto...

Cazzo ! A questo punto non posso fare a meno di sentire che voce hai. Ti scriverò al tuo indirizzo e-mail. Ciao Fausto

anventur ha detto...

Pare che sulla soglia
vi sia luce. Non saprei dire.
In effetti
da sotto la porta ne potrebbe
un poco filtrare
o forse da un buchetto
di tarlo oppure
fatto col trivelletto
o da una tenue
speranza aperta.
Un granello di polvere
infatti brilla
nell'aria immota, incerto
se scendere o salire
ma è troppo poco per capire.

Da: "Stramba Bologna Sghemba (Canzone)"
di Vittorio Franceschi (Rimini : Raffaelli editore, 2004). Con una bella introduzione di Stefano Bonaga.

Anonimo ha detto...

Ho conosciuto oggi di persona Fausto Anderlini, che ha affrettato un incontro con me - ma che probabilmente aveva in animo da un po' di tempo - preoccupato del mio stato di salute, così come ne usciva dagli ultimi due post.
Rassicurato, abbiamo tutti e due pensato ad altro: ricordi, libri, viaggi, persone conosciute e frequentate.
Fausto è una persona deliziosa con cui si parla con grande soddisfazione, che possiede un'onestà sostanziale, sguardo timido ma limpido, non offuscato da pregiudizi.
A parte la viva intelligenza, che è sottintesa.
Spiace che l'esserci visti entrambi con i nostri occhi impedirà, da parte mia, quanto meno, lo sfoderare l'aggressività che ho usato spesso e questo depone a favore degli incontri che le persone che si considerano distanti dovrebbero avere.
Gli avrei voluto regalare un piccolo libro di Goffredo Parise ("Odore d'America") che fu pubblicato nel 1990 nella collana "Oscar originals" di Mondadori.
Mi pareva un simpatico viatico all'ennesimo viaggio che compirà negli Stati Uniti: purtroppo è esaurito. Le opere di Parise, che fu un grande scrittore e un grande inviato del "Corriere della Sera", sono disponibili, scontate, nei portali bol.it e ibs.it ma si possono anche prendere a prestito in biblioteca, verificandone la disponibilità al seguente indirizzo:
http://sol.cib.unibo.it/SebinaOpac/Opac?sysb=
oppure, per chi non è residente a Bologna e provincia presso:
http://www.internetculturale.it/moduli/opac/opac.jsp

Andrea Ventura

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INVITO

Iniziativa il 13 Maggio a Bologna,
Circolo Spartaco, ore 20,30


INVITO

Care e cari compagni/amici,
ad oltre un anno dalla nascita del Pd, ed avviandosi al suo primo congresso, è il caso di svolgere un esame approfondito della condizione di crisi che ne sta ostacolando il progetto.

Da porre all’ordine del giorno ci sono varie derive rintracciabili:

nel liberalismo di risulta che, nel programma, ha sostituito l’approfondimento delle culture riformiste;
nel mancato rapporto fra coalizione sociale e rappresentanza politica;
nelle forme organizzative di partecipazione, che hanno surrogato una imprecisata identità organizzativa (il 'partito liquido’);

Constatiamo come siano sempre più rari, anche a Bologna, i luoghi dove possano incontrarsi e riflettere sulle problematiche strategiche molteplici esperienze di iniziativa sociale e politica (come nei sindacati e nelle cooperative, ma non solo). Molte persone sono di fatto divenute estranee al processo politico. Al pluralismo delle idee e all’approfondimento delle analisi va sostituendosi un pluralismo di gruppi ‘politici’ perennemente impegnati in dinamiche a breve, fondamentalmente legate a posizionamenti opportunistici. Vorremmo verificare se c’è qualche modo per riprendere il volo.
In particolare se ci sono le condizioni per

attivare una associazione capace di tematizzare in modo agguerrito e originale i temi del lavoro, dell’uguaglianza, del legame politico e dell’appartenenza, della crisi/trasformazione della società


Per questo è convocata una riunione/dibattito il cui invito è esteso a tutti i lettori di questo messaggio per il giorno Mercoledì 13 Maggio 2009, alle ore 20,30 Via Gianbologna n.4, Ex Casa del Popolo Spartaco, Salone grande La serata sarà presieduta da Cesare Minghini e sarà introdotta da una relazione di Fausto Anderlini dal titolo: Cul de Sac Il Pd, il lavoro, la sinistra, la società. Strade smarrite, sentieri inesplorati, vicoli ciechi Vi aspettiamo numerosi!

Come raggiungerci: consulta la mappa

Una lettera a Piero Fassino su Gaza - Di Tommaso Gennari

Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera inviata dall'amico Tommaso Gennari a Piero Fassino.


Gentile Piero Fassino,

Le scrivo come sostenitore morale del PD, quale mi considero, non essendo attivamente coinvolto nel Partito ma essendo simpatizzante per motivi culturali, di formazione, e di motivazione.
Negli ultimi tempi ho seguito con strazio e passione le notizie dei massacri di Gaza, e sto cercando di capire di più della situazione, e di come noi Italiani possiamo aiutare ad impedire ulteriori massacri, e, magari, a mettere la parola fine alla tormentata storia recente della Palestina.

Penso che l'attualità di Gaza debba essere distinta su due piani: da una parte la violenta emergenza dell'uccisione di circa 1.400 persone nello spazio di 3 settimane,
dall'altra la strutturale e storica situazione conflittuale della Palestina, nella contrapposizione tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi rimasti sul territorio che fu mandato palestinese della Società delle Nazioni sotto la gestione effettiva dell'Impero Britannico.

Partendo dall'emergenza più attuale.
Quali che siano i motivi e le ragioni, i fatti sono chiari, evidenti,
lapalissiani. Le forze armate israeliane hanno ucciso, nello spazio di 3 settimane, più di 1.300 persone, di cui più di 300 bambini.
I media internazionali hanno parlato di "guerra", di "fieri combattimenti".
Non sono uno specialista di guerre, ma solo un amatore appassionato di storia militare. Queste definizioni mi hanno lasciato stupito, di fronte alla realtà del campo di battaglia.

Come si può parlare di combattimenti, di guerra, quando da una parte ci sono più di 1.300 morti, di cui più di 300 bambini, e 5.000 feriti, e dall'altra, da quello che ho capito, 13 morti, di
cui 6 soldati uccisi dal nemico sul campo, 4 soldati uccisi dal fuoco amico, e 3 civili uccisi dai razzi sparati sulle città israeliane.

Sono questi fatti, queste evidenti verità, che impediscono al buon senso di chiamare guerra un evento del genere. La parola massacro ha più senso.

Anche a prescindere dai precisi eventi quali il bombardamento delle strutture ONU, della Croce Rossa, delle ONG, delle strutture di assistenza umanitaria pagate dai contribuenti europei, della mancanza di assistenza alla popolazione civile, e della fornitura di informazioni inesatte circa la sicurezza degli edifici date alla popolazione civile, i fatti che citavo in precedenza sono più che sufficienti per istituire un processo per crimini di guerra contro i decisori del massacro.

Giustamente, la comunità internazionale è stata in grado di portare in tribunale il presidente serbo Milosevic, non si capisce perché i decisori delle stragi di Gaza debbano restare impuniti. E mi riferisco sia ai responsabili politici che a quelli militari.

Certo, si può sostenere, non è la prima volta che le forze armate israeliane compiono simili atti di atrocità, e non è la prima volta che nel mondo ne succedono.
Certo, ma il mondo avanza, la civiltà avanza, la costruzione del
progetto europeo avanza, la costruzione di un mondo migliore avanza. Non possiamo adottare queste scuse per impedire alla civiltà di avanzare, e di rientrare nel medioevo.

Concorderà con me. Mi dirà, anche i responsabili politici e militari di Hamas sono responsabili di omicidi di guerra, verso civili e militari. Certo, concordo, e penso che anche essi vadano giudicati da un tribunale internazionale.
A parte che, probabilmente, la maggior parte di loro sono già stati assassinati dalle forze di sicurezza israeliane. Concordo che i superstiti vadano giudicati.
Ma le colpe di Hamas non devono essere un paravento per le atroci colpe dei decisori di parte israeliana in questi ultimi eventi di Gaza.
Un tribunale internazionale che giudichi i crimini di guerra commessi a Gaza sarebbe una speranza di pace e giustizia per il futuro. Un suo insabbiamento non potrà che portare altri morti e sofferenze in quella regione dilaniata.

Le persone sono sensibili alle giustizie e alle ingiustizie subite. La giustizia è un sentimento universale, che qualsiasi essere umano è in grado di provare.
Lasciamo agli specialisti l'individuare quali precisi crimini di guerra abbiano compiuto le forze armate israeliane, se genocidio, punizione collettiva, mancata assistenza alla popolazione civile, uso di armi al fosforo, o altro.
Importante è che si faccia.

A fronte di un governo italiano senza spina dorsale, per i penosi motivi che tutti sappiamo, è di cruciale importanza il Suo attivo impegno in questo senso. La splendida lettera che il Presidente Napolitano ha inviato nei giorni scorsi al Presidente Egiziano dà lo spazio di azione all'Italia in questo senso.

Ovviamente, essendo il PD all'opposizione, manca dei mezzi sostanziali per poter dispiegare una politica attiva a 360 gradi. Nondimeno, qualsiasi azione formale e informale possa essere fatta in questo senso deve essere tentata.

Sullo sfondo dei tragici eventi di questi primi giorni di gennaio, c'è poi tutta la complessità del conflitto tra lo Stato di Israele e gli ultimi nativi della Palestina non residenti dello Stato israeliano. Le soluzioni sono qui certamente più complesse, e mi permetto solo di avanzare solo un suggerimento.
A monte resta di primaria importanza tenere separati i concetti di giudaismo/ ebraismo come religione e tradizione culturale, del progetto sionista di casa nazionale, e dell'esistenza de facto dello Stato di Israele.
Alcuni commentatori hanno fatto paralleli con la situazione dell'Irlanda del nord. È vero, ci sono analogie, ma trovo che vi siano anche analogie con la colonizzazione del nord America da parte della Francia e dell'Inghilterra.

Non è ormai più possibile mettere in discussione l'esistenza dello stato di Israele, ma questo stato stesso dovrebbe concordare con l'esistenza del suo peccato originale di nascita, così come Canada e USA hanno fatto verso i nativi americani. La grande differenza di situazione è che i tempi sono straordinariamente diversi (e anche gli spazi).
Ma, come dicevo prima, oggi siamo ad uno stadio diverso di civiltà: le violenze che venivano commesse in passato non sono più accettabili, i tempi sono più veloci.
È un fatto che lo stato di Israele è risultato vincitore nella lotta per il possesso del territorio, della sua colonizzazione. Essendo in posizione di vincitore del conflitto, deve riconoscere ora i torti fatti alle popolazioni native, deve compensare i discendenti delle perdite subite, e riconoscere il diritto alla dignità e alla diversità culturale delle popolazioni presenti.

Dal punto di vista culturale è certamente una operazione lunga e complessa, piena di ostacoli. Un avvicinamento di Israele verso i valori fondanti della comunità europea, i valori di coesistenza civile frutto della tormentata storia europea della prima parte del secolo scorso, potrebbe essere utile in questo senso.

La ringrazio dell'attenzione, le invio i più cordiali saluti e tanti auguri per il futuro del PD,

Tommaso Gennari


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Società rotonda, anzi rotatoria

di Ilvo Diamanti

Da Caldogno - dove risiedo e, ogni tanto, vivo - fino a Vicenza ci saranno 5 o 6 chilometri. E 9 o 10 rotatorie.
In linguaggio familiare: rotonde. Il loro numero, peraltro, varia. A seconda del percorso scelto. Nel tempo: nell'ultimo anno ne sono sorte almeno 2. O forse 3, non ne sono certo. E' varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. Talora a cerchi tracciati con la vernice sull'asfalto. Oppure sono rilievi quasi impercettibili. Molto meno evidenti di un dosso. Tanto che ci si può passare sopra con le ruote, senza bisogno di rallentare. Ma in genere le rotonde sono ampie e appariscenti. Parecchi metri di diametro. E non le puoi accostare con le ruote, perché i bordi del perimetro sono ben rialzati rispetto al fondo stradale. In alcuni casi, infine, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco. Al loro interno, infatti, sorgono prati, giardini, alberi tropicali. Sculture ardite. Non manca, in qualche caso, lo sponsor. Le rotonde cambiano aspetto nel corso del tempo. Evolvono, come organismi viventi. Quando nascono sono appena abbozzate, un segno bianco schizzato a mano oppure una specie di puff di plastica rigida, ancorato al fondo della strada. Poi crescono, diventano grandi, assumono forme "rotonde" e si estetizzano.
Le rotatorie sono sorte per ragioni ragionevoli. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori, che non "vedono" i flussi della circolazione nelle strade che si incrociano. Per cui certe volte e a certe ore ci si trova bloccati dal rosso ad attendere il passaggio di vetture da altre strade perennemente vuote. Come il tenente Dogo, in eterna attesa dei Tartari; di un assalto che non avverrà mai. Mentre, altre volte e ad altre ore, l'arbitrario potere dei semafori produce ingorghi biblici. E', dunque, legittimo e comprensibile il fine che ha ispirato l'era delle rotonde. E gli esiti soddisfano le attese. In alcuni casi. Quando la rotatoria fa, effettivamente, scorrere la circolazione stradale molto più rapidamente del semaforo al cui posto è sorta. Lo stesso avviene - a volte - nei crocevia privi di semafori. Dove chi procede dalle vie minori è costretto a lunghe soste, in attesa di una pausa del traffico sulla strada principale. La rotonda: può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti.
Ne sorge una ogni qualche centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati. Rotonde "alla francese", le chiamano, evocando un esempio "à la page". Impropriamente, perché in Francia tante rotonde così non le ho mai viste. Da nessuna parte, in nessuna città, in nessun dipartimento. In Italia, invece, sono proliferate dappertutto. E continuano a riprodursi. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l'andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici-vent'anni. Ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti. O meglio: prima di percepirne l'impatto era già divenuto "senso comune". Una realtà data per scontata. Di cui è inutile lamentarsi, anche se, ovviamente, crea disagio.
Un po' come le condizioni atmosferiche. Il caldo sempre troppo caldo e il freddo sempre troppo freddo. Così, a dispetto della crisi, sono sorti e continuano a sorgere nuovi agglomerati immobiliari anonimi, come i loro nomi: Villaggio Nordest, Quartiere Miramonti, Résidence Margherita... Per non parlare delle zone artigianali e industriali. Questo fenomeno si è dilatato a prescindere dalla domanda del mercato e dalla pressione sociale. Visto che la stagnazione demografica dura da decenni e negli ultimi anni l'economia non marcia troppo bene. Le rotatorie "seguono" la stessa dinamica. Anzi, la annunciano e la "anticipano".
Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, lungo una strada che procede diritta, senza incroci, nel vuoto urbano è segno che lì qualcosa sta per capitare. E' probabile - anzi: certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Le rotatorie, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. Mesi fa, dopo una breve assenza (un paio di settimane), alle porte di Caldogno ho incontrato (mi sono scontrato con) una nuova rotatoria, finalmente conclusa, dopo mesi di lavori che rallentavano il traffico (fino a quel momento, peraltro, del tutto normale). Dopo averla imboccata, mi sono trovato altrove. In mezzo ai campi. Ma mi sono arrestato subito - poco avanti - davanti a una recinzione. Al di là, terreni incolti e - per ora - vuoti. Su cui, però, presto sorgerà - diciamo così - qualcosa. Lo stesso avviene altrove. Penso a Tavullia. Ci passo ogni settimana per andare a Urbino. E mi ci perdo, qualche volta, imboccando l'uscita sbagliata di una doppia rotonda - una specie di otto volante - in cima alla salita, prima di entrare in paese. Ma è la patria di Valentino Rossi, terra di piloti esperti. Mentre io - penseranno molti - sono un "impedito". Anche se in auto percorro almeno 50mila chilometri l'anno. Però lo ammetto: sono un "disadattato". "Non mi adatto" all'estetica del tempo nuovo; all'era immobiliare, che ci ha affogati in un mare di cemento. Non mi oriento in mezzo ai quartieri Miramonti e ai villaggi Margherita. E mi perdo nelle plaghe oscure, punteggiate di capannoni (spesso dismessi), traversate da via dell'Industria che incrocia via dell'Artigianato e corso della Meccanica. Tanto meno mi adatto a questa iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione.
Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza. Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo.
Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D'altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo.
E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario. La rotonda. La rotatoria.
Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari. Naturalmente senza vivavoce, auricolari e quant'altro. Una mano su volante e nell'altra il portatile. Con sprezzo del pericolo. Per sé e, soprattutto, gli altri. Una società dove le regole si interpretano a proprio piacimento, a proprio vantaggio. Dove le persone se ne stanno sempre più sole o in piccoli gruppi di familiari e amici, racchiuse in nicchie, come le automobili, che le allontanano dagli altri e le rendono più aggressive. (Io quando guido sono un mostro).
Non è la società liquida di cui parla Bauman.
Questa è la "società rotonda". O forse: rotatoria.

("La Repubblica", 23 gennaio 2009)